6 novembre 2013

L'aborto, un crimine che non può essere mai giustificato - di Papa Giovanni Paolo II

Fra tutti i delitti che l'uomo può compiere contro la vita, l'aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo definisce, insieme all'infanticidio, «delitto abominevole».

Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L'accettazione dell'aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e dichiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20). Proprio nel caso dell'aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di «interruzione della gravidanza», che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell'opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l'aborto procuratoè l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita.

La gravità morale dell'aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in particolare, se si considerano le circostanze specifiche che lo qualificano. Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma di difesa che è costituita dalla forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo. Eppure, talvolta, è proprio lei, la mamma, a deciderne e a chiederne la soppressione e persino a procurarla.
È vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente.



A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza: in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario della vita». Né vanno taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal più ampio contesto familiare e dagli amici. Non di rado la donna è sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all'aborto: non v'è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su quelli che direttamente o indirettamente l'hanno forzata ad abortire. Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza acquisita per promuovere la vita.

Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare — e non l'hanno fatto — valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell'aborto nel mondo. In tal senso l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori. Come ho scritto nella mia Lettera alle Famiglie, «ci troviamo di fronte ad un'enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui, ma anche dell'intera civiltà». Ci troviamo di fronte a quella che può definirsi una «struttura di peccato» contro la vita umana non ancora nata.

Alcuni tentano di giustificare l'aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale. In realtà, «dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora. A questa evidenza di sempre... la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trovi fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l'avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire». Anche se la presenza di un'anima spirituale non può essere rilevata dall'osservazione di nessun dato sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza sull'embrione umano a fornire «un'indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita umana: come un individuo umano non sarebbe una persona umana?».

Del resto, tale è la posta in gioco che, sotto il profilo dell'obbligo morale, basterebbe la sola probabilità di trovarsi di fronte a una persona per giustificare la più netta proibizione di ogni intervento volto a sopprimere l'embrione umano. Proprio per questo, al di là dei dibattiti scientifici e delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali il Magistero non si è espressamente impegnato, la Chiesa ha sempre insegnato, e tuttora insegna, che al frutto della generazione umana, dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale: «L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita».

I testi della Sacra Scrittura, che non parlano mai di aborto volontario e quindi non presentano condanne dirette e specifiche in proposito, mostrano una tale considerazione dell'essere umano nel grembo materno, da esigere come logica conseguenza che anche ad esso si estenda il comandamento di Dio: «non uccidere».

La vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in quello iniziale che precede la nascita. L'uomo, fin dal grembo materno, appartiene a Dio che tutto scruta e conosce, che lo forma e lo plasma con le sue mani, che lo vede mentre è ancora un piccolo embrione informe e che in lui intravede l'adulto di domani i cui giorni sono contati e la cui vocazione è già scritta nel «libro della vita» (cf. Sal 139/138, 1.13-16). Anche lì, quando è ancora nel grembo materno, — come testimoniano numerosi testi biblici 60 — l'uomo è il termine personalissimo dell'amorosa e paterna provvidenza di Dio.

La Tradizione cristiana — come ben rileva la Dichiarazione emanata al riguardo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede 61 — è chiara e unanime, dalle origini fino ai nostri giorni, nel qualificare l'aborto come disordine morale particolarmente grave. Fin dal suo primo confronto con il mondo greco-romano, nel quale erano ampiamente praticati l'aborto e l'infanticidio, la comunità cristiana si è radicalmente opposta, con la sua dottrina e con la sua prassi, ai costumi diffusi in quella società, come dimostra la già citata Didachè.62 Tra gli scrittori ecclesiastici di area greca, Atenagora ricorda che i cristiani considerano come omicide le donne che fanno ricorso a medicine abortive, perché i bambini, anche se ancora nel seno della madre, «sono già l'oggetto delle cure della Provvidenza divina».63 Tra i latini, Tertulliano afferma: «È un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l'anima già nata o che la si faccia scomparire nel nascere. È già un uomo colui che lo sarà».

Lungo la sua storia ormai bimillenaria, questa medesima dottrina è stata costantemente insegnata dai Padri della Chiesa, dai suoi Pastori e Dottori. Anche le discussioni di carattere scientifico e filosofico circa il momento preciso dell'infusione dell'anima spirituale non hanno mai comportato alcuna esitazione circa la condanna morale dell'aborto.

Il più recente Magistero pontificio ha ribadito con grande vigore questa dottrina comune. In particolare Pio XI nell'Enciclica Casti connubii ha respinto le pretestuose giustificazioni dell'aborto; 65 Pio XII ha escluso ogni aborto diretto, cioè ogni atto che tende direttamente a distruggere la vita umana non ancora nata, «sia che tale distruzione venga intesa come fine o soltanto come mezzo al fine»; Giovanni XXIII ha riaffermato che la vita umana è sacra, perché «fin dal suo affiorare impegna direttamente l'azione creatrice di Dio». Il Concilio Vaticano II, come già ricordato, ha condannato con grande severità l'aborto: «La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono abominevoli delitti».

La disciplina canonica della Chiesa, fin dai primi secoli, ha colpito con sanzioni penali coloro che si macchiavano della colpa dell'aborto e tale prassi, con pene più o meno gravi, è stata confermata nei vari periodi storici. Il Codice di Diritto Canonico del 1917 comminava per l'aborto la pena della scomunica. Anche la rinnovata legislazione canonica si pone in questa linea quando sancisce che «chi procura l'aborto ottenendo l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae», cioè automatica. La scomunica colpisce tutti coloro che commettono questo delitto conoscendo la pena, inclusi anche quei complici senza la cui opera esso non sarebbe stato realizzato: con tale reiterata sanzione, la Chiesa addita questo delitto come uno dei più gravi e pericolosi, spingendo così chi lo commette a ritrovare sollecitamente la strada della conversione. Nella Chiesa, infatti, la pena della scomunica è finalizzata a rendere pienamente consapevoli della gravità di un certo peccato e a favorire quindi un'adeguata conversione e penitenza.

Di fronte a una simile unanimità nella tradizione dottrinale e disciplinare della Chiesa, Paolo VI ha potuto dichiarare che tale insegnamento non è mutato ed è immutabile. Pertanto, con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi — che a varie riprese hanno condannato l'aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina — dichiaro che l'aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale.

Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa.

La valutazione morale dell'aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l'uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca biomedica e legalmente ammessa in alcuni Stati. Se «si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale»,si deve invece affermare che l'uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona.

La stessa condanna morale riguarda anche il procedimento che sfrutta gli embrioni e i feti umani ancora vivi — talvolta «prodotti» appositamente per questo scopo mediante la fecondazione in vitro — sia come «materiale biologico» da utilizzare sia come fornitori di organi o di tessuti da trapiantare per la cura di alcune malattie. In realtà, l'uccisione di creature umane innocenti, seppure a vantaggio di altre, costituisce un atto assolutamente inaccettabile.
Una speciale attenzione deve essere riservata alla valutazione morale delle tecniche diagnostiche prenatali, che permettono di individuare precocemente eventuali anomalie del nascituro. Infatti, per la complessità di queste tecniche, tale valutazione deve farsi più accurata e articolata. Quando sono esenti da rischi sproporzionati per il bambino e per la madre e sono ordinate a rendere possibile una terapia precoce o anche a favorire una serena e consapevole accettazione del nascituro, queste tecniche sono moralmente lecite. Dal momento però che le possibilità di cura prima della nascita sono oggi ancora ridotte, accade non poche volte che queste tecniche siano messe al servizio di una mentalità eugenetica, che accetta l'aborto selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di «normali- tà» e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell'infanticidio e dell'eutanasia.



In realtà, però, proprio il coraggio e la serenità con cui tanti nostri fratelli, affetti da gravi menomazioni, conducono la loro esistenza quando sono da noi accettati ed amati, costituiscono una testimonianza particolarmente efficace dei valori autentici che qualificano la vita e che la rendono, anche in condizioni di difficoltà, preziosa per sé e per gli altri. La Chiesa è vicina a quei coniugi che, con grande ansia e sofferenza, accettano di accogliere i loro bambini gravemente colpiti da handicap, così come è grata a tutte quelle famiglie che, con l'adozione, accolgono quanti sono stati abbandonati dai loro genitori a motivo di menomazioni o malattie.

(Giovanni Paolo II - Evangelium Vitae)

Udienza generale. Il Papa: la Chiesa non cresce se è distaccata e fredda, cresce solo con l'amore

Il Papa, all’udienza generale in Piazza San Pietro, dopo aver parlato mercoledì scorso della comunione dei santi, “intesa come comunione tra le persone sante, cioè tra noi credenti”, ha approfondito oggi l’altro aspetto di questa realtà: “la comunione ai beni spirituali, alle cose sante. Questi due aspetti – ha detto - sono strettamente collegati fra loro, infatti la comunione tra i cristiani cresce mediante la partecipazione ai beni spirituali. In particolare consideriamo: i Sacramenti, i carismi, e la carità. (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 949-953). Noi cresciamo in unità, in comunione con i sacramenti, con i carismi che ognuno ha perché glieli ha dati lo Spirito Santo, e con la carità”.

“I Sacramenti – ha osservato - non sono apparenze, non sono riti; i Sacramenti sono la forza di Cristo, c’è Gesù Cristo, nei Sacramenti. Quando celebriamo la Messa, nell’Eucaristia c’è Gesù vivo, proprio Lui, vivo, che ci raduna, ci fa comunità, ci fa adorare il Padre. Ciascuno di noi, infatti, mediante il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, è incorporato a Cristo e unito a tutta la comunità dei credenti. Pertanto, se da un lato è la Chiesa che “fa” i Sacramenti, dall’altro sono i Sacramenti che “fanno” la Chiesa, la edificano, generando nuovi figli, aggregandoli al popolo santo di Dio, consolidando la loro appartenenza”.

“Ogni incontro con Cristo – ha proseguito - che nei Sacramenti ci dona la salvezza, ci invita ad “andare” e comunicare agli altri una salvezza che abbiamo potuto vedere, toccare, incontrare, accogliere, e che è davvero credibile perché è amore. In questo modo, i Sacramenti ci spingono ad essere missionari, e l’impegno apostolico di portare il Vangelo in ogni ambiente, anche in quelli più ostili, costituisce il frutto più autentico di un’assidua vita sacramentale, in quanto è partecipazione all’iniziativa salvifica di Dio, che vuole donare a tutti la salvezza. La grazia dei Sacramenti alimenta in noi una fede forte e gioiosa, una fede che sa stupirsi delle “meraviglie” di Dio e sa resistere agli idoli del mondo”.



Poi a braccio ha aggiunto: “E per questo è importante fare la comunione; è importante che i bambini siano battezzati presto; è importante che siano cresimati. Perché? Perché questa è la presenza di Gesù Cristo in noi, che ci aiuta. E’ importante, quando ci sentiamo peccatori, andare al Sacramento della riconciliazione. ‘No, Padre, ho paura, perché il prete mi bastonerà!’. No, non ti bastonerà, il prete. Tu sai chi incontrerai nel Sacramento della riconciliazione? Gesù, Gesù che ti perdona. E’ Gesù che ti aspetta lì, e questo è un Sacramento. E questo fa crescere tutta la Chiesa”.

“Un secondo aspetto della comunione alle cose sante – ha affermato il Papa - è quello della comunione dei carismi. Lo Spirito Santo dispensa ai fedeli una moltitudine di doni e di grazie spirituali; questa ricchezza diciamo ‘fantasiosa’ dei doni dello Spirito Santo è finalizzata alla edificazione della Chiesa”. A braccio ha aggiunto: “Carismi è una parola un po’ difficile. I carismi sono i regali che ci fa lo Spirito Santo: uno ha il regalo di essere così, o di questa abilità o di questa possibilità … Ma sono i regali che dà, ma ce li dà non perché siano nascosti: ci dà questi regali per parteciparli agli altri”.

“Non sono dati a beneficio di chi li riceve – ha proseguito - ma per l’utilità del popolo di Dio. Se un carisma, invece, un regalo di questi, serve ad affermare se stessi, c’è da dubitare che si tratti di un autentico carisma o che sia fedelmente vissuto. I carismi sono grazie particolari, dati ad alcuni per fare del bene a tanti altri. Sono delle attitudini, delle ispirazioni e delle spinte interiori, che nascono nella coscienza e nell’esperienza di determinate persone, le quali sono chiamate a metterle al servizio della comunità. In particolare, questi doni spirituali vanno a vantaggio della santità della Chiesa e della missione. Tutti siamo chiamati a rispettarli in noi e negli altri, ad accoglierli come stimoli utili per una presenza e un’opera feconda della Chiesa. San Paolo ammoniva: «Non spegnete lo Spirito» (1 Ts 5,19)”. E a braccio ha affermato: “Non spegnere lo Spirito, lo Spirito che ci dà questi regali, queste abilità, queste virtù, queste cose tanto belle che fanno crescere la Chiesa”.



Quindi ha domandato: “Qual è il nostro atteggiamento di fronte a questi doni dello Spirito Santo? Siamo consapevoli che lo Spirito di Dio è libero di darli a chi vuole? Li consideriamo come un aiuto spirituale, attraverso il quale il Signore sostiene la nostra fede, la rafforza e anche rafforza la nostra missione nel mondo?”.

Infine, il Papa ha parlato del terzo aspetto della comunione alle cose sante, cioè la comunione della carità. A braccio ha detto: “La unità fra noi che fa la carità è l’amore. Dai primi cristiani, i pagani che li vedevano dicevano: ‘Ma questi, come si amano! Come si vogliono bene! Non si odiano, non chiacchierano uno contro l’altro! Ma, è buono, questo!’. La carità: questo è l’amore di Dio che lo Spirito Santo ci dà nel cuore”.

“I carismi – ha sottolineato - sono importanti nella vita della comunità cristiana, ma sono sempre dei mezzi per crescere nella carità, nell’amore, che san Paolo colloca al di sopra dei carismi (cfr 1 Cor 13,1-13). Senza l’amore, infatti, anche i doni più straordinari sono vani”. E a braccio ha affermato: “Ma, quest’uomo guarisce la gente: eh, ha questa qualità, questa virtù, guarisce la gente. Ma, ha amore nel suo cuore? Ha carità? Se ha, avanti; ma se non le ha, non serve alla Chiesa. Senza l’amore, tutti i doni non servono alla Chiesa, perché dove non c’è l’amore c’è un vuoto, un vuoto che viene riempito dall’egoismo. E vi domando: se tutti noi siamo egoisti, solamente egoisti, possiamo vivere in comunità, in pace? Si può vivere in pace se ognuno di noi è un egoista? Si può o non si può? [i fedeli rispondono: “No!”] Non si può! Per questo, è necessario l’amore che ci unisce; la carità”.

E ha proseguito: “Il più piccolo dei nostri gesti d’amore ha effetti buoni per tutti! Pertanto, vivere la unità della Chiesa, la comunione della carità significa non cercare il proprio interesse, ma condividere le sofferenze e le gioie dei fratelli (cfr 1 Cor 12,26), pronti a portare i pesi di quelli più deboli e poveri. Questa solidarietà fraterna non è una figura retorica, un modo di dire, ma è parte integrante della comunione tra i cristiani. Se la viviamo, noi siamo nel mondo segno, noi siamo “sacramento” dell’amore di Dio. Lo siamo gli uni per gli altri e lo siamo per tutti! Non si tratta solo di quella carità spicciola che ci possiamo offrire a vicenda, si tratta di qualcosa di più profondo: è una comunione che ci rende capaci di entrare nella gioia e nel dolore altrui per farli nostri sinceramente. E spesso siamo troppo aridi, indifferenti, distaccati e invece di trasmettere fraternità, trasmettiamo malumore, trasmettiamo freddezza, trasmettiamo egoismo. E con il malumore, con la freddezza, con l’egoismo si può far crescere le chiese? Si può far crescere tutta la Chiesa? No, con il malumore, con la freddezza, con l’egoismo la Chiesa non cresce: cresce soltanto con l’amore, con l’amore che viene dallo Spirito Santo. Il Signore ci invita ad aprirci alla comunione con Lui, nei Sacramenti, nei carismi e nella carità, per vivere in maniera degna della nostra vocazione cristiana!”.

Fonte: Radio Vaticana

Papa Francesco si reca a visitare una bimba malata e chiede ai fedeli di pregare per lei

Il Papa ha concluso la sua catechesi all'udienza generale chiedendo ai fedeli una preghiera particolare: “Mi permetto di chiedervi un atto di carità. State tranquilli - ha detto - che non si farà la raccolta, eh? Un atto di carità. Prima di venire in piazza - ha rivelato - sono andato a trovare una bambina di un anno e mezzo, con una malattia gravissima: suo papà, sua mamma pregano e chiedono al Signore la salute di questa bella bambina. 

Si chiama Noemi. Sorrideva, poveretta. Facciamo un atto di amore. Noi non la conosciamo, ma è una bambina battezzata, è una di noi, è una cristiana. Facciamo un atto di amore per lei, e in silenzio prima chiediamo al Signore che l’aiuti in questo momento e le dia la salute. In silenzio, un attimo, e poi pregheremo l’Ave Maria". Dopo la preghiera a Maria il Papa ha ringraziato i fedeli: "Grazie per questo atto di carità”.



Fonte: Radio Vaticana

Papa Francesco: 38 domande per gay, matrimonio e famiglia nel terzo millennio

Un questionario con 38 domande per preparare il Sinodo per le famiglie voluto da Papa Francesco, questo il sistema con cui la Chiesa Cattolica cercherà di comprendere la percezione dei fedeli di temi cruciali come: famiglia, unioni civili, educazione e diritti degli omosessuali.

Le domande fanno parte delle iniziative volte alla stesura di un documento preparatorio per la III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione“, che si svolgerà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014. E Papa Francesco ha voluto fortemente interrogare le famiglie cattoliche su questo tema. Tante domande vertono sulla concezione della famiglia e sull’educazione dei figli nelle famiglie cristiane. Ma si chiedono opinioni anche sulle famiglie di fatto, che non sono consacrate nel sacro vincolo del matrimonio, e sulle possibili unioni gay.
Anche se nella prima parte del questionario si parla apertamente di matrimonio in accordo con le leggi della natura, che dunque “bolla” le unioni omosessuali come matrimoni contronatura.



Una svolta epocale per la Chiesa, voluta da Papa Francesco in vista del Sinodo sulla Famiglia convocato per ottobre 2014. I fedeli, se vogliono, potranno anche inviare direttamente le loro risposte in Vaticano. Il questionario, che finora era stato diffuso solo dai vescovi inglesi e da alcune diocesi statunitensi, e' da oggi ufficialmente consultabile sul sito della Santa Sede (www.vatican.va) che ha deciso quindi di rompere gli indugi e non aspettare che a renderlo pubblico siano le chiese locali, cui comunque e' destinato il questionario con la raccomandazione di diffonderlo "capillarmente". L'intento - come ha chiarito il presidente dei vescovi europei e relatore al Sinodo - e' fotografare la realta' nella quale la Chiesa e' chiamata oggi a annunciare il Vangelo ed anche raccogliere proposte per rendere piu' adeguata la pastorale. Papa Bergoglio vuole "rendere l'Istituzione sinodale un vero ed efficace strumento di comunione attraverso il quale si esprima e si realizzi la collegialita' auspicata dal Concilio", ha spiegato da parte sua il segretario del Sinodo, monsignor Lorenzo Baldisseri. "A questo scopo - ha scandito - e' volonta' del Santo Padre potenziare anche l'attivita' della segreteria generale del Sinodo dei Vescovi perche' essa possa adempiere adeguatamente la sua missione di promuovere la collegialita' episcopale, cum Petro e sub Petro, nel governo della Chiesa universale". Monsignor Baldisseri ha anche precisato che "dato il tempo breve a disposizione e' stato chiesto di inviare le risposte entro la fine di gennaio dell'anno prossimo, cioe' e' stato dato un tempo di tre mesi.

Fonte: Agi

5 novembre 2013

Il Papa: tutti siamo invitati a festa dal Signore, non accontentiamoci di stare sull'elenco

L’essenza cristiana è un invito a festa. E’ quanto affermato da Papa Francesco alla Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che la Chiesa “non è solo per le persone buone”, l’invito a farne parte riguarda tutti. Ed ha aggiunto che, alla festa del Signore, si “partecipa totalmente” e con tutti, non si può fare una selezione. I cristiani, ha dunque avvertito, non si accontentino di “essere nella lista degli invitati” altrimenti è come “rimanere fuori” dalla festa. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Le letture del giorno, ha detto il Papa iniziando la sua omelia, “ci mostrano la carta d’identità del cristiano”. Ed ha subito sottolineato che “prima di tutto l’essenza cristiana è un invito: soltanto diventiamo cristiani se siamo invitati”. Si tratta, ha soggiunto, di “un invito gratuito”, a partecipare, “che viene da Dio”. Per entrare a questa festa, ha poi avvertito, “non si può pagare: o sei invitato o non puoi entrare”. Se “nella nostra coscienza”, ha ripreso, “non abbiamo questa certezza di essere invitati” allora “non abbiamo capito cosa è un cristiano”:
“Un cristiano è uno che è invitato. Invitato a che? A un negozio? Invitato a fare una passeggiata? Il Signore vuol dirci qualcosa di più: ‘Tu sei invitato a festa!’. Il cristiano è quello che è invitato a una festa, alla gioia, alla gioia di essere salvato, alla gioia di essere redento, alla gioia di partecipare la vita con Gesù. Questa è una gioia! Tu sei invitato a festa! Si capisce, una festa è un raduno di persone che parlano, ridono, festeggiano, sono felici. E' un raduno di persone. Io fra le persone normali, mentalmente normali, mai ho visto uno che faccia festa da solo, no? Ma sarebbe un po’ noioso quello! Aprire la bottiglia del vino… Questa non è una festa, è un’altra cosa. Si fa festa con gli altri, si fa festa in famiglia, si fa festa con gli amici, si fa festa con le persone che sono state invitate, come io sono stato invitato. Per essere cristiano ci vuole una appartenenza e si appartiene a questo Corpo, a questa gente che è stata invitata a festa: questa è l’appartenenza cristiana”.



Richiamando la Lettera ai Romani, il Papa ha dunque affermato che questa festa è una “festa di unità”. Ed ha evidenziato che tutti sono invitati, “buoni e cattivi”. E i primi ad essere chiamati sono gli emarginati:

“La Chiesa non è la Chiesa solo per le persone buone. Vogliamo dire chi appartiene alla Chiesa, a questa festa? I peccatori, tutti noi peccatori siamo stati invitati. E qui cosa si fa? Si fa una comunità, che ha doni diversi: uno ha il dono della profezia, l’altro il ministero, qui è un insegnante… Qui è sorta. Tutti hanno una qualità, una virtù. Ma la festa si fa portando questo che ho in comune con tutti… Alla festa si partecipa, si partecipa totalmente. Non si può capire l’esistenza cristiana senza questa partecipazione. E’ una partecipazione di tutti noi. ‘Io vado alla festa, ma mi fermo soltanto al primo salottino, perché devo stare soltanto con tre o quattro che io conosco e gli altri…’. Questo non si può fare nella Chiesa! O tu entri con tutti o tu rimani fuori! Tu non puoi fare una selezione: la Chiesa è per tutti, incominciando per questi che ho detto, i più emarginati. E’ la Chiesa di tutti!”

E’ la “Chiesa degli invitati”, ha aggiunto: “Essere invitati, essere partecipi in una comunità con tutti”. Ma, ha osservato, nella parabola narrata da Gesù leggiamo che gli invitati, uno dopo l’altro, cominciano a trovare scuse per non andare alla festa: “Non accettano l’invito! Dicono di sì, ma fanno di no”. Costoro, è stata la sua riflessione, “sono i cristiani che soltanto si contentano di essere nella lista degli inviti: cristiani elencati”. Ma, ha ammonito, questo “non è sufficiente” perché se non si entra nella festa non si è cristiani. “Tu – ha detto – sarai nell’elenco, ma questo non serve per la tua salvezza! Questa è la Chiesa: entrare in Chiesa è una grazia; entrare in Chiesa è un invito”. E questo diritto, ha aggiunto, “non si può comprare”. “Entrare in Chiesa - ha ribadito - è fare comunità, comunità della Chiesa; entrare nella Chiesa è partecipare a tutto quello che noi abbiamo delle virtù, delle qualità che il Signore ci ha dato, nel servizio l’uno per l’altro”. E ancora: “Entrare nella Chiesa significa essere disponibile a quello che il Signore Gesù ci chiede”. In definitiva, ha constatato, “entrare nella Chiesa è entrare in questo Popolo di Dio, che cammina verso l’eternità”. “Nessuno – ha ammonito - è protagonista nella Chiesa: ma ne abbiamo Uno” che ha fatto tutto. Dio “è il protagonista!” Tutti noi, ha poi affermato, siamo “dietro di Lui e chi non è dietro di Lui, è uno che si scusa” e non va alla festa:

“Il Signore è molto generoso. Il Signore apre tutte le porte. Anche il Signore capisce quello che gli dice: ‘No, Signore, non voglio andare da te!’. Capisce e lo aspetta, perché è misericordioso. Ma al Signore non piace quell’uomo che dice di 'sì' e fa di 'no'; che fa finta di ringraziarlo per tante cose belle, ma nella verità va per la sua strada; che ha delle buone maniere, ma fa la propria volontà e non quella del Signore: quelli che sempre si scusano, quelli che non sanno la gioia, che non sperimentano la gioia dell’appartenenza. Chiediamo al Signore questa grazia: di capire bene quanto bello è essere invitati alla festa, quando bello è essere con tutti e condividere con tutti le proprie qualità, quando bello è stare con Lui e che brutto è giocare fra il 'sì' e il 'no', dire di 'sì' ma accontentarmi soltanto di essere elencato nella lista dei cristiani”.

Fonte Radio Vaticana

Il card. Dziwisz racconta il suo rapporto con Papa Wojtyla nel libro "Ho vissuto con un santo"

“Ho vissuto con un santo” è il titolo del libro del cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, scritto in forma di conversazione con il giornalista Gianfranco Svidercoschi. A otto anni dalla morte di Giovanni Paolo II, il porporato ricorda particolari della vita dell’uomo di cui è stato per quasi 40 anni segretario e che il prossimo 27 aprile sarà canonizzato. Il volume, edito da Rizzoli, è stato presentato stamani a Roma. C’era per noi Debora Donnini:  

Il profondo rapporto con il Signore, la passione per il Vangelo e per l’uomo, il ripudio delle ideologie, lo slancio missionario. Sono alcuni dei tratti della vita di Karol Wojtyla ripercorsi nel libro “Ho vissuto con un santo”. Nel testo si intrecciano i ricordi dei momenti “storici” di Karol Wojtyla come arcivescovo di Cracovia e soprattutto come Papa con quelli del suo profondo amore a Cristo, di attenzione alle persone, di preghiera. Al centro soprattutto la Messa. “Si capiva bene – ricorda il porporato nel libro – che non era solo il momento centrale di ogni sua giornata... ma il bisogno più profondo della sua anima”. Lo conferma anche mons. Paolo Ptasznik, per anni collaboratore di Giovanni Paolo II e responsabile della Sezione polacca della Segreteria di Stato:

“La preghiera è stata alla base di tutta la sua attività. Lui viveva la sua fede non come confessione di verità, ma come un rapporto concreto con Gesù Cristo. Per questo, in ogni momento cercava di essere vicino e di ascoltare il Signore, di attingere da questo incontro la soluzione dei problemi e le iniziative che doveva intraprendere nella Chiesa. Soprattutto, la Santa Messa per lui era un momento speciale. Lo abbiamo sperimentato diverse volte sia nella sua cappella sia durante i viaggi sia durante le celebrazioni pubbliche”.



Uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II è stato il cardinale Camillo Ruini, cardinale vicario dal 1991 al 2008. Nel suo discorso, il porporato ricorda come Giovanni Paolo II avesse un’idea di Chiesa come “casa e scuola di comunione”, il cui grande compito fosse l’evangelizzazione. “Il cardinale Dziwisz, che ha vissuto in prima persona i rapporti fra la Curia e Papa Wojtyla, osserva che – dice il cardinal Ruini – dopo le difficoltà iniziali ad accettare il ‘Papa polacco’, questi rapporti divennero buoni. I tempi però non erano forse maturi per una riforma generale della Curia romana e la Curia stessa non era pronta ad essere ricondotta ‘alla sua effettiva funzione di servizio per il Papa e per i vescovi’ e quindi a diventare ‘un autentico strumento di comunione tra la Santa Sede e le Chiese locali’”. Al cardinale Ruini, abbiamo chiesto cosa lo abbia colpito di più del libro:

R. – Mi ha colpito l’approfondimento che il cardinale Stanislao Dziwisz è riuscito a fare. Si vede chiaramente che in questi otto anni, da quando Giovanni Paolo II è morto, ha continuato, seppur in maniera diversa a vivere con Karol. E così ha potuto interiorizzare ulteriormente la grande eredità che Giovanni Paolo II ci ha lasciato, un’eredità che si esprime soprattutto nel grande progetto di Chiesa che Giovanni Paolo II ha iniziato, ha messo in cammino e che deve continuare.

D. – Il cardinale Dziwisz ricorda quanto disse l’allora cardiale Ratzinger all’omelia per i funerali di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici… Questo lei lo ha visto proprio come testimone?

R. – Si l’ho visto specialmente per l’Italia, ma non solo. Comunque, Giovanni Paolo II è un Papa che ha dato un’autorevolezza alla Chiesa che prima non aveva mai avuto.

A Gianfranco Svidercoschi abbiamo chiesto quale la novità, il senso di questo libro-intervista con il cardinale Dziwisz:

R. – Il senso del libro sta soprattutto nel fatto che don Stanislao vuole rendere testimonianza della santità di Giovanni Paolo II, una santità che era in certi periodi a livello eroico – come è stato il periodo quasi di martirio al momento dell’attentato – o era una santità che don Stanislao definisce di dimensione mistica, come per esempio verso la fine, nel periodo della sofferenza... Lui racconta addirittura di quando il Papa – e lo racconta con molto pudore, perché dice che bisogna fermarsi di fronte al sacrario di una coscienza – il venerdì poteva accadere che improvvisamente stesse male. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il raccontare la santità ordinaria, normale, che è per tutti. Non c’è quindi nessuna differenza tra l’uomo di Dio, l’uomo di preghiera e poi il Papa dei grandi gesti pubblici, il Papa che incontrava i grandi della Terra. Lui, d’altra parte, quando parlava ai giovani li esortava ad andare controcorrente e diventare santi. Noi pensiamo che la santità sia soltanto riservata ai mistici o ai grandi martiri, ma è forse una cosa che ogni giorno dobbiamo fare. E’ lui che ha aperto tanto le porte ai laici. Forse, lui ha creato anche le basi per una spiritualità propria dei laici.

D. – In base a quanto le ha raccontato il cardinale Dziwisz, cosa l’ha colpita in merito all’accento che Giovanni Paolo II poneva sull’importanza dell’evangelizzazione, della missione della Chiesa?

R. – Lo spazio che lui ha dato a questa Chiesa aperta ai laici, come aveva già fatto a Cracovia, e ai nuovi protagonisti della Chiesa, perché la Chiesa adesso sta cambiando pelle proprio grazie a questi nuovi protagonisti, cui ha dato spazio Giovanni Paolo II: i giovani, con la creazione della Giornata mondiale della gioventù, i nuovi movimenti, che lui ha difeso in qualche modo sia dai pericoli propri di settarismo interno sia anche da certe ostilità, e la donna soprattutto. Lui ha dato una definizione del genio femminile, che era mille volte superiore a tutto quello che faceva il nuovo femminismo. E poi la difesa della donna, del matrimonio, della vita... Io penso che questo, soprattutto, fosse quello cui teneva di più Wojtyla, cioè di spostare l’accento da questa Chiesa troppo istituzionale ad una Chiesa più di comunione, più famiglia e più aperta ai laici.

Fonte: Radio Vaticana