5 novembre 2013

Il Papa: tutti siamo invitati a festa dal Signore, non accontentiamoci di stare sull'elenco

L’essenza cristiana è un invito a festa. E’ quanto affermato da Papa Francesco alla Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che la Chiesa “non è solo per le persone buone”, l’invito a farne parte riguarda tutti. Ed ha aggiunto che, alla festa del Signore, si “partecipa totalmente” e con tutti, non si può fare una selezione. I cristiani, ha dunque avvertito, non si accontentino di “essere nella lista degli invitati” altrimenti è come “rimanere fuori” dalla festa. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Le letture del giorno, ha detto il Papa iniziando la sua omelia, “ci mostrano la carta d’identità del cristiano”. Ed ha subito sottolineato che “prima di tutto l’essenza cristiana è un invito: soltanto diventiamo cristiani se siamo invitati”. Si tratta, ha soggiunto, di “un invito gratuito”, a partecipare, “che viene da Dio”. Per entrare a questa festa, ha poi avvertito, “non si può pagare: o sei invitato o non puoi entrare”. Se “nella nostra coscienza”, ha ripreso, “non abbiamo questa certezza di essere invitati” allora “non abbiamo capito cosa è un cristiano”:
“Un cristiano è uno che è invitato. Invitato a che? A un negozio? Invitato a fare una passeggiata? Il Signore vuol dirci qualcosa di più: ‘Tu sei invitato a festa!’. Il cristiano è quello che è invitato a una festa, alla gioia, alla gioia di essere salvato, alla gioia di essere redento, alla gioia di partecipare la vita con Gesù. Questa è una gioia! Tu sei invitato a festa! Si capisce, una festa è un raduno di persone che parlano, ridono, festeggiano, sono felici. E' un raduno di persone. Io fra le persone normali, mentalmente normali, mai ho visto uno che faccia festa da solo, no? Ma sarebbe un po’ noioso quello! Aprire la bottiglia del vino… Questa non è una festa, è un’altra cosa. Si fa festa con gli altri, si fa festa in famiglia, si fa festa con gli amici, si fa festa con le persone che sono state invitate, come io sono stato invitato. Per essere cristiano ci vuole una appartenenza e si appartiene a questo Corpo, a questa gente che è stata invitata a festa: questa è l’appartenenza cristiana”.



Richiamando la Lettera ai Romani, il Papa ha dunque affermato che questa festa è una “festa di unità”. Ed ha evidenziato che tutti sono invitati, “buoni e cattivi”. E i primi ad essere chiamati sono gli emarginati:

“La Chiesa non è la Chiesa solo per le persone buone. Vogliamo dire chi appartiene alla Chiesa, a questa festa? I peccatori, tutti noi peccatori siamo stati invitati. E qui cosa si fa? Si fa una comunità, che ha doni diversi: uno ha il dono della profezia, l’altro il ministero, qui è un insegnante… Qui è sorta. Tutti hanno una qualità, una virtù. Ma la festa si fa portando questo che ho in comune con tutti… Alla festa si partecipa, si partecipa totalmente. Non si può capire l’esistenza cristiana senza questa partecipazione. E’ una partecipazione di tutti noi. ‘Io vado alla festa, ma mi fermo soltanto al primo salottino, perché devo stare soltanto con tre o quattro che io conosco e gli altri…’. Questo non si può fare nella Chiesa! O tu entri con tutti o tu rimani fuori! Tu non puoi fare una selezione: la Chiesa è per tutti, incominciando per questi che ho detto, i più emarginati. E’ la Chiesa di tutti!”

E’ la “Chiesa degli invitati”, ha aggiunto: “Essere invitati, essere partecipi in una comunità con tutti”. Ma, ha osservato, nella parabola narrata da Gesù leggiamo che gli invitati, uno dopo l’altro, cominciano a trovare scuse per non andare alla festa: “Non accettano l’invito! Dicono di sì, ma fanno di no”. Costoro, è stata la sua riflessione, “sono i cristiani che soltanto si contentano di essere nella lista degli inviti: cristiani elencati”. Ma, ha ammonito, questo “non è sufficiente” perché se non si entra nella festa non si è cristiani. “Tu – ha detto – sarai nell’elenco, ma questo non serve per la tua salvezza! Questa è la Chiesa: entrare in Chiesa è una grazia; entrare in Chiesa è un invito”. E questo diritto, ha aggiunto, “non si può comprare”. “Entrare in Chiesa - ha ribadito - è fare comunità, comunità della Chiesa; entrare nella Chiesa è partecipare a tutto quello che noi abbiamo delle virtù, delle qualità che il Signore ci ha dato, nel servizio l’uno per l’altro”. E ancora: “Entrare nella Chiesa significa essere disponibile a quello che il Signore Gesù ci chiede”. In definitiva, ha constatato, “entrare nella Chiesa è entrare in questo Popolo di Dio, che cammina verso l’eternità”. “Nessuno – ha ammonito - è protagonista nella Chiesa: ma ne abbiamo Uno” che ha fatto tutto. Dio “è il protagonista!” Tutti noi, ha poi affermato, siamo “dietro di Lui e chi non è dietro di Lui, è uno che si scusa” e non va alla festa:

“Il Signore è molto generoso. Il Signore apre tutte le porte. Anche il Signore capisce quello che gli dice: ‘No, Signore, non voglio andare da te!’. Capisce e lo aspetta, perché è misericordioso. Ma al Signore non piace quell’uomo che dice di 'sì' e fa di 'no'; che fa finta di ringraziarlo per tante cose belle, ma nella verità va per la sua strada; che ha delle buone maniere, ma fa la propria volontà e non quella del Signore: quelli che sempre si scusano, quelli che non sanno la gioia, che non sperimentano la gioia dell’appartenenza. Chiediamo al Signore questa grazia: di capire bene quanto bello è essere invitati alla festa, quando bello è essere con tutti e condividere con tutti le proprie qualità, quando bello è stare con Lui e che brutto è giocare fra il 'sì' e il 'no', dire di 'sì' ma accontentarmi soltanto di essere elencato nella lista dei cristiani”.

Fonte Radio Vaticana

Il card. Dziwisz racconta il suo rapporto con Papa Wojtyla nel libro "Ho vissuto con un santo"

“Ho vissuto con un santo” è il titolo del libro del cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, scritto in forma di conversazione con il giornalista Gianfranco Svidercoschi. A otto anni dalla morte di Giovanni Paolo II, il porporato ricorda particolari della vita dell’uomo di cui è stato per quasi 40 anni segretario e che il prossimo 27 aprile sarà canonizzato. Il volume, edito da Rizzoli, è stato presentato stamani a Roma. C’era per noi Debora Donnini:  

Il profondo rapporto con il Signore, la passione per il Vangelo e per l’uomo, il ripudio delle ideologie, lo slancio missionario. Sono alcuni dei tratti della vita di Karol Wojtyla ripercorsi nel libro “Ho vissuto con un santo”. Nel testo si intrecciano i ricordi dei momenti “storici” di Karol Wojtyla come arcivescovo di Cracovia e soprattutto come Papa con quelli del suo profondo amore a Cristo, di attenzione alle persone, di preghiera. Al centro soprattutto la Messa. “Si capiva bene – ricorda il porporato nel libro – che non era solo il momento centrale di ogni sua giornata... ma il bisogno più profondo della sua anima”. Lo conferma anche mons. Paolo Ptasznik, per anni collaboratore di Giovanni Paolo II e responsabile della Sezione polacca della Segreteria di Stato:

“La preghiera è stata alla base di tutta la sua attività. Lui viveva la sua fede non come confessione di verità, ma come un rapporto concreto con Gesù Cristo. Per questo, in ogni momento cercava di essere vicino e di ascoltare il Signore, di attingere da questo incontro la soluzione dei problemi e le iniziative che doveva intraprendere nella Chiesa. Soprattutto, la Santa Messa per lui era un momento speciale. Lo abbiamo sperimentato diverse volte sia nella sua cappella sia durante i viaggi sia durante le celebrazioni pubbliche”.



Uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II è stato il cardinale Camillo Ruini, cardinale vicario dal 1991 al 2008. Nel suo discorso, il porporato ricorda come Giovanni Paolo II avesse un’idea di Chiesa come “casa e scuola di comunione”, il cui grande compito fosse l’evangelizzazione. “Il cardinale Dziwisz, che ha vissuto in prima persona i rapporti fra la Curia e Papa Wojtyla, osserva che – dice il cardinal Ruini – dopo le difficoltà iniziali ad accettare il ‘Papa polacco’, questi rapporti divennero buoni. I tempi però non erano forse maturi per una riforma generale della Curia romana e la Curia stessa non era pronta ad essere ricondotta ‘alla sua effettiva funzione di servizio per il Papa e per i vescovi’ e quindi a diventare ‘un autentico strumento di comunione tra la Santa Sede e le Chiese locali’”. Al cardinale Ruini, abbiamo chiesto cosa lo abbia colpito di più del libro:

R. – Mi ha colpito l’approfondimento che il cardinale Stanislao Dziwisz è riuscito a fare. Si vede chiaramente che in questi otto anni, da quando Giovanni Paolo II è morto, ha continuato, seppur in maniera diversa a vivere con Karol. E così ha potuto interiorizzare ulteriormente la grande eredità che Giovanni Paolo II ci ha lasciato, un’eredità che si esprime soprattutto nel grande progetto di Chiesa che Giovanni Paolo II ha iniziato, ha messo in cammino e che deve continuare.

D. – Il cardinale Dziwisz ricorda quanto disse l’allora cardiale Ratzinger all’omelia per i funerali di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici… Questo lei lo ha visto proprio come testimone?

R. – Si l’ho visto specialmente per l’Italia, ma non solo. Comunque, Giovanni Paolo II è un Papa che ha dato un’autorevolezza alla Chiesa che prima non aveva mai avuto.

A Gianfranco Svidercoschi abbiamo chiesto quale la novità, il senso di questo libro-intervista con il cardinale Dziwisz:

R. – Il senso del libro sta soprattutto nel fatto che don Stanislao vuole rendere testimonianza della santità di Giovanni Paolo II, una santità che era in certi periodi a livello eroico – come è stato il periodo quasi di martirio al momento dell’attentato – o era una santità che don Stanislao definisce di dimensione mistica, come per esempio verso la fine, nel periodo della sofferenza... Lui racconta addirittura di quando il Papa – e lo racconta con molto pudore, perché dice che bisogna fermarsi di fronte al sacrario di una coscienza – il venerdì poteva accadere che improvvisamente stesse male. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il raccontare la santità ordinaria, normale, che è per tutti. Non c’è quindi nessuna differenza tra l’uomo di Dio, l’uomo di preghiera e poi il Papa dei grandi gesti pubblici, il Papa che incontrava i grandi della Terra. Lui, d’altra parte, quando parlava ai giovani li esortava ad andare controcorrente e diventare santi. Noi pensiamo che la santità sia soltanto riservata ai mistici o ai grandi martiri, ma è forse una cosa che ogni giorno dobbiamo fare. E’ lui che ha aperto tanto le porte ai laici. Forse, lui ha creato anche le basi per una spiritualità propria dei laici.

D. – In base a quanto le ha raccontato il cardinale Dziwisz, cosa l’ha colpita in merito all’accento che Giovanni Paolo II poneva sull’importanza dell’evangelizzazione, della missione della Chiesa?

R. – Lo spazio che lui ha dato a questa Chiesa aperta ai laici, come aveva già fatto a Cracovia, e ai nuovi protagonisti della Chiesa, perché la Chiesa adesso sta cambiando pelle proprio grazie a questi nuovi protagonisti, cui ha dato spazio Giovanni Paolo II: i giovani, con la creazione della Giornata mondiale della gioventù, i nuovi movimenti, che lui ha difeso in qualche modo sia dai pericoli propri di settarismo interno sia anche da certe ostilità, e la donna soprattutto. Lui ha dato una definizione del genio femminile, che era mille volte superiore a tutto quello che faceva il nuovo femminismo. E poi la difesa della donna, del matrimonio, della vita... Io penso che questo, soprattutto, fosse quello cui teneva di più Wojtyla, cioè di spostare l’accento da questa Chiesa troppo istituzionale ad una Chiesa più di comunione, più famiglia e più aperta ai laici.

Fonte: Radio Vaticana