22 ottobre 2013

Muller: “Matrimoni più invalidi oggi che in passato”

Lo dice il custode dell’ortodossia cattolica in un articolo rilanciato viaTwiter dall’Osservatore Romano.

''I matrimoni sono probabilmente piu' spesso invalidi oggi di quanto non lo fossero in passato. Manca il senso della dottrina cattolica''. Lo scrive su L'Osservatore Romano l'arcivescovo Gerhard Ludwig Muller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in un articolo rilanciato dallo stesso giornale vaticano sul proprio account Twitter.   



In particolare l'ampio contributo dell'arcivescovo Muller e' centrato sull'accompagnamento pastorale dei fedeli divorziati risposati. «Dio  - dice l’arcivescovo - può donare vicinanza e salvezza alle persone in diversi modi anche se esse si trovano a vivere in situazioni contraddittorie». Muller, scrive L'Osservatore in un altro tweet, ''ricorda il valore antropologico del matrimonio indissolubile: protegge soprattutto i figli che patiscono di piu' per una separazione''.   


''L'ideale della fedelta' tra uomo e donna - scrive Muller in un terzo tweet del giornale vaticano - non ha perso alcunche' del suo fascino, come evidenziano recenti inchieste tra i giovani''.


L'arcivescovo ha poi afforntato il tema dei sacramenti per i divorziati risposati. «Anche se, per l'intima natura dei sacramenti, l'ammissione a essi dei divorziati risposati non è possibile, a favore di questi fedeli si devono rivolgere ancora di più gli sforzi pastorali, per quanto questi debbano rimanere in dipendenza dalle norme derivanti dalla Rivelazione e dalla dottrina della Chiesa».

«Il percorso indicato dalla Chiesa per le persone direttamente interessate non è semplice, ma queste devono sapere e sentire che la Chiesa accompagna il loro cammino come una comunità di guarigione e di salvezza», ha spiegato Mueller ribadendo la dottrina della Chiesa sui divorziati risposati. «Con il loro impegno a comprendere la prassi ecclesiale e a non accostarsi alla comunione - continua -, i partner si pongono a loro modo quali testimoni della indissolubilita' del matrimonio».


«La cura per i divorziati risposati - avverte poi il prefetto dell'Ex sant'Uffizio - non dovrebbe certamente ridursi alla questione della recezione dell'eucaristia. Si tratta di una pastorale globale che cerca di soddisfare il più possibile le esigenze delle diverse situazioni. È importante ricordare, in proposito, che oltre alla comunione sacramentale ci sono altri modi di entrare in comunione con Dio».


«L'unione con Dio - spiega - si raggiunge quando ci si rivolge a lui nella fede, nella speranza e nella carità, nel pentimento e nella preghiera. Dio può donare la sua vicinanza e la sua salvezza alle persone attraverso diverse strade, anche se esse si trovano a vivere in situazioni contraddittorie. Come rimarcano costantemente i recenti documenti del Magistero, i pastori e le comunità cristiane sono chiamate ad accogliere con apertura e cordialità le persone che vivono in situazioni irregolari, per essere loro accanto con empatia, con l'aiuto fattivo e per far loro sentire l'amore del Buon Pastore».

Fonte: Vatican Insider

Se non c’é la preghiera tu sempre chiudi la porta

“Se non c’é la preghiera – ha affermato Papa Francesco – tu sempre chiudi la porta” in questo estratto delle riflessioni mattutine in Santa Marta del 17 ottobre troviamo tutta la profondità e la semplicità del Pontefice.



La preghiera, che non è dire preghiere, ma un dialogo costante e quotidiano con Gesù è la chiave che permette di aprire la porta a Gesù. E’ una apertura figurata ma anche reale: pensiamo alle tante Chiese con la porta chiusa, sono un qualcosa che non si capisce. Certo si adducono mille scuse, più o meno buone per giustificare la chiusura di quelle porte, spiega il Pontefice, ma sono tutte spiegazioni che lasciano inalterata la realtà: la porta è chiusa.

La chiusura della porta rappresenta anche l’atteggiamento di tanti cristiani, e anche di tanti sacerdoti o vescovi, che trasformano la fede cristiana in una ideologia. L’ideologia, che nasce da quella porta chiusa, diventa quindi rigidità, regole ferree che è l’esatto contrario della bontà e della mitezza di Gesù.

La fede dunque trasformata in ideologia diventa sterile e al posto di produrre nuova fede allontana la gente. Questo è il problema che oggi la Chiesa deve affrontare: una porta chiusa non permette alla gente di entrare ma, sempre precisa Papa Francesco, non permette neppure a Gesù di uscire.

Ma perché avviene tutto questo? Per la mancanza di preghiera, ribadisce il Pontefice. Ma non si tratta di dire preghiere, quello è semplice, siamo capaci tutti, si tratta di pregare con il cuore. Chi non fa questo si allontana dalla fede, si smarrisce, e trasforma infine il cristianesimo in una ideologia. Per di più in una ideologia moralistica, spiega Papa Francesco, piena di precetti da seguire, ma sempre precetti formali, vissuti senza il cuore, senza misericordia, senza amore, senza preghiera.

“Chiediamo al Signore la grazia, primo: non smettere di pregare, per non perdere la fede, rimanere umili. - termina il Vescovo di Roma - E così non diventeremo chiusi, che chiudono la strada al Signore.”
Conoscete i nomi di queste Santità ?
quello che senti di più nel cuore qual'è ?...

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Memoria del Beato Wojtyla. Don Mirilli: Papa Francesco porta avanti il suo “Non abbiate paura”

Ricorre oggi la memoria liturgica del Beato Giovanni Paolo II, che quest’anno coincide con il 35.mo anniversario dell’inizio del suo Pontificato.
Si tratta dell’ultima memoria da Beato: il 27 aprile prossimo, infatti, Papa Francesco canonizzerà Karol Wojtyla che diventerà dunque Santo. Per una testimonianza sulla memoria odierna, Alessandro Gisotti ha intervistato don Maurizio Mirilli, responsabile della pastorale giovanile di Roma e tra gli ultimi sacerdoti ad essere stati ordinati da Papa Wojtyla:



R. - Sono stato tra gli ultimi ad essere ordinato sacerdote proprio da Giovanni Paolo II, il 2 maggio del 2004. Ricordo quel giorno, ovviamente l’emozione della mia ordinazione: avere le mani in testa - durante l’ordinazione - da parte del Papa, che era malato, seduto e faceva fatica ormai a parlare… Ancora sento addosso quelle mani. Mi inginocchiai per dargli la pace, perché lui era seduto e non poteva alzarsi, faceva fatica a palare, e poggiava le mie mani sui braccioli della sedia e lui mise le sue mani sulle mie: mi diede una stretta forte, forte forte. Mi guardò negli occhi, con quel suo sguardo penetrante, ed è come se mi avesse detto: “Adesso tocca a te! Forza, coraggio, non aver paura!”.

D. - Il 22 ottobre del 1978, quindi 35 anni fa, è legato proprio a questo grido in piazza San Pietro: “Non Abbiate paura! Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo”. Parole che hanno dato un po’ la cifra di tutto il suo Pontificato, di tutta la sua testimonianza, anche di sanità. Il coraggio che viene dall’essere con Gesù…

R. - Eh, si! Anche se non riusciva più a parlare, quelle mani strette erano la traduzione - come dire - attraverso il linguaggio dei gesti di quel “Non abbiate paura!”. Quel non aver paura che è rimasto sempre impresso - credo - in tutti, anche in me. Ed è un invito che viene portato avanti dall’attuale Papa Francesco e che è un incoraggiamento un po’ per tutti.

D. - Il 27 aprile dell’anno prossimo, Karol Wojtyla, insieme ad Angelo Roncalli, verrà canonizzato da Papa Francesco. In un qualche modo quel “Santo subito!” del popolo di Dio - l’8 aprile del 2005, ai suoi funerali - viene confermato. Davvero questo dà proprio il senso di come il popolo di Dio abbia sentito subito la santità dell’uomo…

R. - E’ proprio il caso di dire “Vox populi, vox Dei”. Veramente la voce del Popolo di Dio ha fatto sì che la prassi della caonizzazione fosse più veloce. Ancora oggi sentiamo tutti quella voce, quegli sguardi, quegli incoraggiamenti, quelle visite pastorali ovunque nel mondo, ma anche nelle nostre parrocchie qui a Roma. E’ un Papa che ha incontrato davvero tutti quanti e a tutti ha lasciato il segno.

D. - Papa Wojtyla verrà canonizzato nella Domenica della Divina Misericordia: possiamo sottolineare proprio questo richiamo frequente, da subito, di Papa Francesco alla Divina Misericordia. Quindi anche qui un legame forte con il suo predecessore, che peraltro lo creò cardinale…

R. - Sì, c’è questo legame fortissimo. E’ come se, in qualche maniera, il mandato lanciato da Papa Giovanni Paolo II, con la creazione di questa festa della Divina Misericordia, fosse stato raccolto nella prassi pastorale e operativa da parte di Papa Francesco, il quale ci sta invitando a tradurre nella concretezza del nostro essere sacerdoti, del nostro vivere la Chiesa, una festa che è stata voluta da Giovanni Paolo II. Festa che adesso viene in qualche maniera declinata nella pastorale da parte di Papa Francesco.

Fonte: Radio Vaticana

Intervista inedita a Papa Francesco

«C’è la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio “concreto”, diciamo cosi, è oggi. Per questo le lamentele mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo “barbaro” finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi».

A questo punto qualcuno potrebbe dire che questo è relativismo, dice il Papa. «È relativismo? Si, se è inteso male, come una specie di panteismo indistinto. No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui. Bisogna dunque discernere l’incontro».




«Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. 

Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».

Intervista su "La Civiltà Cattolica"