Visualizzazione post con etichetta Giovanni Paolo II. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Paolo II. Mostra tutti i post

7 marzo 2014

Benedetto XVI: vi racconto la santità di Giovanni Paolo II, Papa e amico



“Solo a partire dal suo rapporto con Dio” si può capire Karol Wojtyla. E’ uno dei passaggi dell’intervista a Benedetto XVI realizzata da Wlodzimierz Redzioch e contenuta nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II” delle Edizioni Ares, pubblicato in occasione della canonizzazione di Papa Wojtyla il prossimo 27 aprile. Nella lunga intervista, la prima dopo la rinuncia al ministero petrino, il Papa emerito riflette sulla personalità e la spiritualità del suo Predecessore e racconta il suo rapporto straordinario con il Papa polacco quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Un’ampia sintesi dell’intervista nel servizio di Alessandro Gisotti:

“Santo Padre, Lei dovrebbe riposare”; e lui: “Posso farlo in cielo”. In questo scambio tra Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger, risalente alla visita di Papa Wojtyla a Monaco di Baviera nel 1980, c’è tutta l’intensità del rapporto tra i due straordinari servitori del Signore. Un rapporto a cui ci si accosta nella lettura della lunga intervista del Papa emerito a Wlodzimierz Redzioch. Benedetto XVI ricorda che il suo primo vero incontro con Karol Wojtyla avvenne nel 1978 ai tempi del Conclave, ma già al Concilio Vaticano II si erano “cercati”, lavorando entrambi alla Costituzione Gaudium et Spes. “Percepii subito con forza – osserva – il fascino umano che egli emanava e, da come pregava, avvertii quanto fosse profondamente unito a Dio”. Il racconto si sposta dunque in avanti di qualche anno quando, diventato Papa, Giovanni Paolo II chiama il porporato tedesco ad essere tra i suoi più stretti collaboratori come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. “La collaborazione con il Santo Padre – ricorda Ratzinger – fu sempre caratterizzata da amicizia e affetto” e “si sviluppò” sia sul piano ufficiale che su quello privato. Innumerevoli gli incontri tra i due e il Papa emerito confida che “era sempre bello, per ambedue, cercare insieme la decisione giusta” sulle grandi questioni per la vita della Chiesa.

La prima grande sfida, rileva, fu la “Teologia della liberazione” che si stava diffondendo in America Latina. L’opinione comune, afferma, era che “si trattasse di un sostegno ai poveri”, “ma era un errore”. La povertà e i poveri, spiega, “erano senza dubbio posti a tema dalla Teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica”. Non era “questione di aiuti e di riforme, si diceva, ma del grande rivolgimento dal quale doveva scaturire un mondo nuovo”. Dunque, commenta Benedetto XVI, “la fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico”. A “una simile falsificazione della fede cristiana – annota – bisogna opporsi anche proprio per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”. Giovanni Paolo II, aggiunge, ci guidò “da un lato a smascherare una falsa idea di liberazione, dall’altro a esporre l’autentica vocazione della Chiesa alla liberazione dell’uomo”. Un’altra sfida, ricorda, era “lo sforzo per giungere a una corretta comprensione dell’ecumenismo” e il dialogo tra le religioni e ancora il legame tra Chiesa e scienza.

Benedetto XVI mette l’accento sull’importanza delle Encicliche di Giovanni Paolo II, a partire dalla prima, la Redemptor hominis, in cui “ha offerto la sua personale sintesi della fede cristiana”. Quindi, si sofferma lungamente sulla spiritualità del Beato Wojtyla. Una dimensione, evidenzia, “caratterizzata soprattutto dall’intensità della sua preghiera e pertanto era profondamente radicata nella celebrazione della Santa Eucaristia e fatta insieme a tutta la Chiesa”. Il Papa emerito non manca poi di dire la sua sulla santità di Karol Wojtyla. “Che Giovanni Paolo II fosse un santo – afferma – mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro”. C’è, spiega, “innanzitutto da tenere presente naturalmente il suo intenso rapporto con Dio, il suo essere immerso nella comunione con il Signore”. Di qui, soggiunge, “veniva la sua letizia, in mezzo alle grandi fatiche doveva sostenere e il coraggio con il quale assolse il suo compito in un tempo veramente difficile”. Giovanni Paolo II, ribadisce, “non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi”. Il “coraggio della verità”, prosegue, “è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti”.

Nell’ultima parte dell’intervista, Benedetto XVI rammenta il grande affetto che lo legava al futuro Santo. “Spesso – confida con grande umiltà – avrebbe avuto motivi sufficienti per biasimarmi o per porre fine al mio incarico di prefetto. E tuttavia mi sostenne con una fedeltà e una bontà assolutamente incomprensibili”. Il Papa emerito fa l’esempio della Dichiarazione Dominus Jesus, che suscitò, nelle parole di Ratzinger, “un turbine”. Giovanni Paolo II, rimarca, difese “inequivocabilmente il documento” che egli approvava “incondizionatamente”. Il mio ricordo, confida infine, è “colmo di gratitudine”. “Non potevo – rileva – e non dovevo provare a imitarlo, ma ho cercato di portare avanti la sua eredità e il suo compito, meglio che ho potuto”. Per questo, conclude, “sono certo che ancora oggi la sua bontà mi accompagna e la sua benedizione mi protegge”.

Fonte: Radio Vaticana

15 novembre 2013

Giovanni Paolo II spiega la differenza tra laicità e laicismo, e perché il secondo punta a soffocare il Cristianesimo

“Nell'ambito sociale si sta diffondendo anche una mentalità ispirata dal laicismo, ideologia che porta gradualmente, in modo più o meno consapevole, alla restrizione della libertà religiosa fino a promuovere il disprezzo o l'ignoranza dell'ambito religioso, relegando la fede alla sfera privata e opponendosi alla sua espressione pubblica. Il laicismo non è un elemento di neutralità che apre spazi di libertà a tutti: è un’ideologia che s’impone attraverso la politica e che non concede spazio pubblico alla visione cattolica e cristiana, che corre il rischio di convertirsi in qualcosa di puramente privato, e dunque di mutilato. 

Ci troviamo, cioè, di fronte ad una concezione puramente naturalistica della vita dove i valori religiosi o sono esplicitamente rifiutati o vengono relegati nel chiuso recinto delle coscienze e nella mistica penombra delle chiese, senza alcun diritto a penetrare ed influenzare la vita pubblica dell'uomo (la sua attività fìlosofica, giuridica, scientifica, artistica, economica, sociale, politica, ecc.). Abbiamo, così, un laicismo che si identifica in pratica con l'ateismo. 

Esso si oppone apertamente ad ogni forma di religione, insorge violentemente ogni qual volta la Chiesa esercita il suo dovere di ammonire la società e la politica su ciò che per essa è bene o male, vanifica tutto nella sfera dell'immanenza umana. Il marxismo è precisamente su questa posizione. Le credenze religiose sono, secondo questo laicismo, un fatto di natura esclusivamente privata; per la vita pubblica non esisterebbe che l'uomo nella sua condizione puramente naturale, totalmente disancorato da un qualsiasi rapporto con un ordine soprannaturale di verità e di moralità. Si tenta di frantumare l'unità di vita del cristiano, nel quale è assurdo,e perfino patologico, voler scindere la vita privata da quella pubblica. Gli si consente di accettare una dottrina di pensiero ma di non metterla in pratica.



Un corretto concetto di libertà religiosa non è compatibile con questa ideologia, che a volte viene presentata come l’unica voce della razionalità. Non si può limitare la libertà religiosa senza privare l’uomo di qualcosa di fondamentale. Nel contesto sociale attuale stanno crescendo le nuo¬ve generazioni, influenzate dall’indifferentismo religioso, dall’ignoranza della tradizione cristiana con il suo ricco patrimonio spirituale, ed esposte alla tentazione di un permissivismo morale. A nessuno sfuggono però i rischi e le minacce che, per un autentico assetto democratico, possono derivare da certe correnti filosofiche, visioni antropologiche o concezioni politiche non esenti da preconcetti ideologici. Permane, ad esempio, la tendenza a ritenere che il relativismo sia l’atteggiamento di pensiero meglio rispondente alle forme politiche democratiche, come se la conoscenza della verità e l’adesione ad essa costituissero un impedimento. In realtà, spesso si ha paura della verità perché non la si conosce. La verità così come Cristo l’ha rivelata è garanzia per la persona umana di autentica e piena libertà.
Se l’azione politica non si confronta con una superiore istanza etica, illuminata a sua volta da una visione integrale dell’uomo e della società, finisce per essere asservita a fini inadeguati, se non illeciti. La verità, invece, è il migliore antidoto contro i fanatismi ideologici, in ambito scientifico, politico, o anche religioso. Il messaggio evangelico, infatti, offre la centralità della persona come ancoraggio sovra-ideologico, a cui tutti possono fare riferimento. Senza tale radicamento nella verità, l’uomo e la società rimangono esposti alla violenza delle passioni e a condizionamenti aperti od occulti.

Come esperti delle discipline sociali e come cristiani, voi siete chiamati, pertanto, a svolgere un ruolo di mediazione e di dialogo tra ideali e realtà concrete. Un ruolo che talvolta è anche di “pionieri”, perché vi è chiesto di indicare nuove piste e nuove soluzioni per affrontare in modo più equo gli scottanti problemi del mondo contemporaneo. I cattolici sono perciò invitati non soltanto a impegnarsi per rendere viva e dinamica la società civile - con la promozione della famiglia, dell’associazionismo, del volontariato e così via -, opponendosi a indebiti limiti e condizionamenti frapposti dal potere politico o economico; essi devono anche riconsiderare l’importanza dell’impegno nei ruoli pubblici e istituzionali, in quegli ambienti in cui si formano decisioni collettive significative e in quello della politica, intesa nel senso alto del termine, come oggi è auspicato da molti. Non si può infatti dimenticare che sono proprie della vocazione del fedele laico la conoscenza e la messa in pratica della dottrina sociale della Chiesa e, quindi, anche la partecipazione alla vita politica del Paese, secondo i metodi e gli strumenti del sistema democratico. Alcuni poi sono chiamati a uno speciale servizio alla comunità civile, assumendo direttamente ruoli istituzionali in campo politico. Per il cristiano la politica è il prolungamento della logica della testimonianza. Politica vuol dire ricerca del bene comune di una comunità, elaborare sistemi di pensiero volti alla crescita e al progresso. Come si può, in questo processo, ignorare il Cristianesimo? Come può il cristiano escludere l’insegnamento di Colui che è “Via, Verità e Vita”? Come può la Chiesa tacere su quei progetti e leggi che contrastano in modo stridente con la parola di Dio? In contrapposizione col laicismo, tutt’altro discorso è la laicità. Essa, infatti, vuol dire per lo Stato porsi in una posizione d’imparzialità, ma non d’indifferenza, nei confronti delle varie confessioni religiose. In uno stato laico, chiunque può abbracciare o meno un credo religioso, avendo poi la libertà di esplicarlo e testimoniarlo in tutti i settori della società stessa, senza nulla imporre. E’ questa laicità che la Chiesa auspica e che il credente ha il dovere di salvaguardare e applicare. Ne deriva che la laicità è un concetto pacifico; il laicismo è un concetto controverso; la laicità è un principio ispiratore di dialogo; il laicismo è un principio acceleratore di scontro; la laicità genera pluralismo; il laicismo genera un’imposizione di un’idea; in altri termini, la laicità avalla molteplici convinzioni; il laicismo monopolizza la società senza Dio”.

9 novembre 2013

Il tema della “Patria” nella vita di Karol Wojtyła

Intervista a padre Aldino Cazzago, direttore della Rivista Internazionale di Teologia e Cultura, “Communio”

MICHELANGELO NASCA
ROMA
Nel suo ultimo libro, “Giovanni Paolo II. «Ama gli altri popoli come il tuo»”, edito dalla Jaca Book, il direttore della Rivista Internazionale di Teologia e Cultura, “Communio”, padre Aldino Cazzago, sviluppa e approfondisce il personalissimo e intenso rapporto di Karol Wojtyła con la sua Patria, la Polonia. Lo incontriamo per rivolgergli alcune domande.

Generalmente in un papa si è soliti mettere in rilievo i principali temi del suo magistero e del suo apostolato. Lei invece, parlando di Giovanni Paolo II, ha scelto il tema della nazione e della patria.

Oltre ai grandi temi della predicazione e del magistero, sviluppati nell’arco di un lungo pontificato, infatti, Giovanni Paolo II ci ha lasciato in eredità anche il racconto dello straordinario rapporto con la sua terra d'origine. Come ha detto lo storico Andrea Riccardi, Giovanni Paolo II è il primo papa del novecento che non si è “snazionalizzato". In genere quando i vescovi diventano papi – proprio per la tipicità del loro ministero, specificatamente cattolico – abbandonano un pò i legami con la loro terra d'origine, Karol Wojtyła invece non ha mai nascosto – anzi ne è andato molto fiero – il suo legame con le radici polacche, e in varie circostanze ha sempre raccontato e mostrato agli altri la grande ricchezza che lui ha saputo trarre dalla cultura cristiana della sua terra, della sua patria.



In quali testi è maggiormente forte il legame di Giovanni Paolo II con la terra polacca?

Giovanni Paolo II ha cominciato a riflettere sul tema della patria e della nazione già da vescovo, per spiegare, innanzitutto a se stesso, che cos'è la patria, che cos'è la nazione. Karol Wojtyła – credo sia importante sottolinearlo – ha sviluppato tali argomenti utilizzando lo strumento della poesia. Tra le sue opere letterarie vi sono tre lunghe e bellissime poesie che dimostrano il particolare legame dell’Arcivescovo di Cracovia con la storia e la cultura polacche. Una di queste poesia s’intitola “Veglia pasquale 1966”. In Polonia si festeggiavano i mille anni del cristianesimo, e Wojtyła – quasi con la lente d'ingrandimento – rifletteva su questi mille anni di fede, alla luce del mistero pasquale. Qualche anno dopo, nel 1974 scriveva una seconda lunga poesia intitolata "Pensando patria…", un vero gioiello di meditazione sul tema della patria; in quegli splendidi versi scriveva: "Quando penso «patria» - esprimo me stesso, affondo le mie radici, è voce del cuore, frontiera segreta che da me si dirama verso gli altri, per abbracciare tutti, fino al passato più antico di ognuno". Per Wojtyła la patria non è una torre d'avorio, un recinto di fili spinati dietro cui nascondersi, ma addirittura una frontiera segreta che da me si dirama verso gli altri, una finestra che apre a un incontro con ciò che sta oltre se stessi. Infine mi piace ricordare la terza poesia, scritta nel 1978 pochissimi mesi prima di essere eletto papa e dedicata al santo patrono della città di Cracovia, San Stanislao morto nel 1079 per mano del re Boleslao l’Ardito. Letta a pontificato concluso possiamo dire che, senza saperlo, in questa poesia, Giovanni Paolo II – riflettendo su San Stanislao – implicitamente dice qualcosa di se stesso. “La Chiesa – scriveva – si è legata alla mia terra perché quanto vi sarà legato, resti legato nei cieli. Vi fu un uomo (Stanislao, ndr) in cui la mia terra seppe di essere legata ai cieli. Vi fu quell’uomo, quegli uomini… in ogni tempo ve ne sono… Grazie a loro la terra vede se stessa nel sacramento di una nuova esistenza”. Quando scriveva queste parole Karol Wojtyła, probabilmente, avrà pensato che la sua missione in quel contesto storico – ideologicamente pesante per l'intera nazione, ferita dalla cultura marxista che aveva come fine quello di “staccare” la terra dal cielo – era invece di ricordare a se stesso, alla Chiesa e alla Nazione che la storia polacca non poteva essere pensata e riscritta senza l'apporto del cristianesimo.


Per Giovanni Paolo II, il termine patria è solo un valore affettivo?

La risposta a questa domanda la rintracciamo nel discorso che Giovanni Paolo II fece durante il suo primo viaggio in Polonia, nel giugno del 1979. Appena atterrato a Varsavia, alle Autorità civili, espressioni del Partito Operaio Polacco, egli si rivolse con queste parole: "La parola «patria» ha per noi un tale significato, concettuale ed insieme affettivo, che le altre Nazioni dell’Europa e del mondo sembra non lo conoscano, specialmente quelle che non hanno sperimentato – come la nostra Nazione – danni storici, ingiustizie e minacce". Nel 1920, quando nacque Karol Wojtyła, la Polonia – per 120 anni circa divisa tra Austria, Prussia e Russia – aveva ritrovato da due anni l’indipendenza. Nonostante questo divisione politica, nei Polacchi il sentimento di appartenenza alla nazione non era mai venuto meno. Tutto questo è accaduto innanzitutto – come spiegherà più volte il Pontefice nei suoi viaggi in patria – perché il popolo polacco aveva trovato nella cultura un forte fattore di coesione e di identità.

Qual era l'anima più vera di questa cultura polacca?

Era la cultura che era stata elaborata nella grande fucina del cristianesimo. Il Papa dirà ai governanti che questi mille anni di fede cristiana non possono essere sottaciuti, misconosciuti o addirittura cancellati con la pretesa di riscrivere un’altra storia. "Non è possibile – diceva Giovanni Paolo II – capire e valutare, ­senza Cristo, l’apporto della nazione polacca allo sviluppo dell’uomo e della sua umanità nel passato e il suo apporto anche al giorno d’oggi”. Per il Papa tutti siamo legati alla terra in cui nasciamo e in cui siamo cresciuti, ma è anche facile, come constatiamo oggi più di ieri, cambiare abitudini e mentalità e omologarsi a modelli di pensiero estranei alle proprie radici e alla propria storia.

Recentemente è deceduto Tadeusz Mazowiecki, considerato uno dei padri della libertà polacca. Un intellettuale che godeva della stima di Giovanni Paolo II.

Mazowiecki – uno degli intellettuali più raffinati della cultura polacca – era stato molto vicino a Karol Wojtyła quando era ancora vescovo di Cracovia; direttore di riviste cattoliche polacche aveva aderito a Solidarność diventando uno dei consiglieri di Lech Wałęsa, il fondatore della prima organizzazione sindacale indipendente del blocco sovietico. Dopo la proclamazione dello stato di guerra nel dicembre 1981 anche lui verrà messo in prigione; nell'89 diventerà il primo Presidente del Consiglio della Polonia, finalmente libera. Appena nominato Presidente del Consiglio – lo sappiamo dall’omelia di Giovanni Paolo II del 26 agosto 1989 – Mazowiecki telefonò a Giovanni Paolo II chiedendogli di pregare per lui.

Da un papa polacco all'attuale pontefice latinoamericano, quanto è influente la provenienza geografica di un pontefice nel governo della Chiesa.

Conta moltissimo! Giovanni Paolo II, per esempio, ha più volte ricordato che anche a Roma, divenuto papa, continuava a pensare le encicliche in polacco. La lingua, infatti, non è solo uno strumento ma l'espressione di un modo di vedere le cose, di una mentalità. Il modo tipicamente polacco di vedere la realtà di Giovanni Paolo II. Un papa latinoamericano porta inscritto nella propria storia e nelle proprie vene la realtà in cui è cresciuto, la realtà di un continente attraversato da ingiustizie e da contrasti violentissimi, tra la ricchezza di pochissimi e una povertà che abbraccia grandissima parte dell’America Latina. Non ci dobbiamo meravigliare, allora, se Papa Francesco affronta spesso il tema delle periferie del mondo e della povertà. Chi diventa papa non può cancellare il suo passato, si porta dietro un bagaglio di ricchezza di tutto il suo vissuto.

Papa Bergoglio è un gesuita, sceglie di chiamarsi Francesco e nutre una particolare devozione per Teresa di Lisieux: tre carismi, che papa ne viene fuori?

Questo dovrebbe diventare istruttivo anche per noi. Papa Bergoglio è cresciuto in una tradizione ben determinata come quella dei gesuiti, cambiando il nome in Francesco abbraccia una nuova identità, suggerendo nel nome stesso una prospettiva missionaria e uno stile evangelico senza barriere.

Poi il fatto che sia innamorato della santa carmelitana di Lisieux ci aiuta a capire – attraverso il carisma incarnato dalla giovane Teresa – che è possibile arrivare alle cose più grandi solo partendo dalle più piccole. Madre Teresa di Calcutta, a tal proposito, diceva alle sue suore che avrebbe voluto avere: lo spirito di povertà di san Francesco, un’attenzione alla preghiera come quella dei benedettini e l'obbedienza dei gesuiti. La ricchezza spirituale e di santità della Chiesa, così, per Madre Teresa di Calcutta diventava in certo qual modo anche la sua ricchezza. Questo è molto importante anche per noi, perché ci insegna ad aprire ancor di più il nostro cuore.

Fonte: Vatican Insider

5 novembre 2013

Il card. Dziwisz racconta il suo rapporto con Papa Wojtyla nel libro "Ho vissuto con un santo"

“Ho vissuto con un santo” è il titolo del libro del cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, scritto in forma di conversazione con il giornalista Gianfranco Svidercoschi. A otto anni dalla morte di Giovanni Paolo II, il porporato ricorda particolari della vita dell’uomo di cui è stato per quasi 40 anni segretario e che il prossimo 27 aprile sarà canonizzato. Il volume, edito da Rizzoli, è stato presentato stamani a Roma. C’era per noi Debora Donnini:  

Il profondo rapporto con il Signore, la passione per il Vangelo e per l’uomo, il ripudio delle ideologie, lo slancio missionario. Sono alcuni dei tratti della vita di Karol Wojtyla ripercorsi nel libro “Ho vissuto con un santo”. Nel testo si intrecciano i ricordi dei momenti “storici” di Karol Wojtyla come arcivescovo di Cracovia e soprattutto come Papa con quelli del suo profondo amore a Cristo, di attenzione alle persone, di preghiera. Al centro soprattutto la Messa. “Si capiva bene – ricorda il porporato nel libro – che non era solo il momento centrale di ogni sua giornata... ma il bisogno più profondo della sua anima”. Lo conferma anche mons. Paolo Ptasznik, per anni collaboratore di Giovanni Paolo II e responsabile della Sezione polacca della Segreteria di Stato:

“La preghiera è stata alla base di tutta la sua attività. Lui viveva la sua fede non come confessione di verità, ma come un rapporto concreto con Gesù Cristo. Per questo, in ogni momento cercava di essere vicino e di ascoltare il Signore, di attingere da questo incontro la soluzione dei problemi e le iniziative che doveva intraprendere nella Chiesa. Soprattutto, la Santa Messa per lui era un momento speciale. Lo abbiamo sperimentato diverse volte sia nella sua cappella sia durante i viaggi sia durante le celebrazioni pubbliche”.



Uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II è stato il cardinale Camillo Ruini, cardinale vicario dal 1991 al 2008. Nel suo discorso, il porporato ricorda come Giovanni Paolo II avesse un’idea di Chiesa come “casa e scuola di comunione”, il cui grande compito fosse l’evangelizzazione. “Il cardinale Dziwisz, che ha vissuto in prima persona i rapporti fra la Curia e Papa Wojtyla, osserva che – dice il cardinal Ruini – dopo le difficoltà iniziali ad accettare il ‘Papa polacco’, questi rapporti divennero buoni. I tempi però non erano forse maturi per una riforma generale della Curia romana e la Curia stessa non era pronta ad essere ricondotta ‘alla sua effettiva funzione di servizio per il Papa e per i vescovi’ e quindi a diventare ‘un autentico strumento di comunione tra la Santa Sede e le Chiese locali’”. Al cardinale Ruini, abbiamo chiesto cosa lo abbia colpito di più del libro:

R. – Mi ha colpito l’approfondimento che il cardinale Stanislao Dziwisz è riuscito a fare. Si vede chiaramente che in questi otto anni, da quando Giovanni Paolo II è morto, ha continuato, seppur in maniera diversa a vivere con Karol. E così ha potuto interiorizzare ulteriormente la grande eredità che Giovanni Paolo II ci ha lasciato, un’eredità che si esprime soprattutto nel grande progetto di Chiesa che Giovanni Paolo II ha iniziato, ha messo in cammino e che deve continuare.

D. – Il cardinale Dziwisz ricorda quanto disse l’allora cardiale Ratzinger all’omelia per i funerali di Giovanni Paolo II: Giovanni Paolo II ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici… Questo lei lo ha visto proprio come testimone?

R. – Si l’ho visto specialmente per l’Italia, ma non solo. Comunque, Giovanni Paolo II è un Papa che ha dato un’autorevolezza alla Chiesa che prima non aveva mai avuto.

A Gianfranco Svidercoschi abbiamo chiesto quale la novità, il senso di questo libro-intervista con il cardinale Dziwisz:

R. – Il senso del libro sta soprattutto nel fatto che don Stanislao vuole rendere testimonianza della santità di Giovanni Paolo II, una santità che era in certi periodi a livello eroico – come è stato il periodo quasi di martirio al momento dell’attentato – o era una santità che don Stanislao definisce di dimensione mistica, come per esempio verso la fine, nel periodo della sofferenza... Lui racconta addirittura di quando il Papa – e lo racconta con molto pudore, perché dice che bisogna fermarsi di fronte al sacrario di una coscienza – il venerdì poteva accadere che improvvisamente stesse male. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il raccontare la santità ordinaria, normale, che è per tutti. Non c’è quindi nessuna differenza tra l’uomo di Dio, l’uomo di preghiera e poi il Papa dei grandi gesti pubblici, il Papa che incontrava i grandi della Terra. Lui, d’altra parte, quando parlava ai giovani li esortava ad andare controcorrente e diventare santi. Noi pensiamo che la santità sia soltanto riservata ai mistici o ai grandi martiri, ma è forse una cosa che ogni giorno dobbiamo fare. E’ lui che ha aperto tanto le porte ai laici. Forse, lui ha creato anche le basi per una spiritualità propria dei laici.

D. – In base a quanto le ha raccontato il cardinale Dziwisz, cosa l’ha colpita in merito all’accento che Giovanni Paolo II poneva sull’importanza dell’evangelizzazione, della missione della Chiesa?

R. – Lo spazio che lui ha dato a questa Chiesa aperta ai laici, come aveva già fatto a Cracovia, e ai nuovi protagonisti della Chiesa, perché la Chiesa adesso sta cambiando pelle proprio grazie a questi nuovi protagonisti, cui ha dato spazio Giovanni Paolo II: i giovani, con la creazione della Giornata mondiale della gioventù, i nuovi movimenti, che lui ha difeso in qualche modo sia dai pericoli propri di settarismo interno sia anche da certe ostilità, e la donna soprattutto. Lui ha dato una definizione del genio femminile, che era mille volte superiore a tutto quello che faceva il nuovo femminismo. E poi la difesa della donna, del matrimonio, della vita... Io penso che questo, soprattutto, fosse quello cui teneva di più Wojtyla, cioè di spostare l’accento da questa Chiesa troppo istituzionale ad una Chiesa più di comunione, più famiglia e più aperta ai laici.

Fonte: Radio Vaticana

1 novembre 2013

Il Papa celebra a sorpresa sulla tomba di Wojtyla

Francesco ha voluto ricordare il 68esimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Giovanni Paolo II che ebbe luogo il primo novembre 1946 a Cracovia


Papa Francesco ha celebrato questa mattina sulla tomba di Giovanni Paolo II in San Pietro. Ogni giovedì alle 7 la comunità polacca si riunisce per pregare sull'altare sotto il quale è stata collocata la bara del Pontefice dopo la beatificazione del primo maggio 2011, e questa mattina Bergoglio ha voluto unirsi a loro anche per ricordare il 68esimo  anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Karol Wojtyla che ebbe luogo il primo novembre 1946 a Cracovia. La celebrazione - come avviene ogni settimana - è stata trasmessa dalla Radio Vaticana nel suo programma polacco.



Con il Pontefice, segnala il Sismografo, sito aggiornato in tempo reale sull'attività della Santa Sede, hanno concelebrato 120 sacerdoti in gran parte polacchi. I fedeli presenti erano numerosi. La tomba del beato Giovanni Paolo II, dopo la sua beatificazione è stata allestita nella Cappella di San Sebastiano, ove è collocato il grande mosaico del Martirio di San Sebastiano, realizzato sulla base di un dipinto del Domenichino da Pier Paolo Cristofari. Nella cappella, coperta da una volta decorata con mosaici di Pietro da Cortona, sono conservati anche i monumenti realizzati nel corso del Novecento per Pio XI e Pio XII.
  


All'omelia, il Papa ha commentato le letture del giorno: la lettera di San Paolo ai Romani in cui l'apostolo delle Genti parla del suo amore per Cristo e il passo del Vangelo di San Luca in cui Gesù piange su Gerusalemme che non ha capito di essere amata da Lui.


Parlando di Giovanni Paolo II, Francesco ha osservato:''Era il centro proprio della sua vita, il riferimento: l'amore di Cristo. E senza l'amore di Cristo, senza vivere di questo amore, riconoscerlo, nutrirci di quell'amore, non si puo' essere cristiano: il cristiano, quello che si sente guardato dal Signore, con quello sguardo tanto bello, amato dal Signore e amato sino alla fine''.  ''Il cristiano - ha proseguito il papa - sente che la sua vita e' stata salvata per il sangue di Cristo. E questo fa l'amore: questo rapporto d'amore''.   

C'e' poi l'immagine della ''tristezza di Gesu', quando guarda Gerusalemme'', ha aggiunto Francesco, che non ha capito il suo amore che paragona a quello di una chioccia che vuole raccogliere i pulcini sotto le ali:  ''Non ha capito la tenerezza di Dio, con quell'immagine tanto bella, che dice Gesu'. Non capire l'amore di Dio: il contrario di quello che sentiva Paolo. Ma si', Dio mi ama, Dio ci ama, ma e' una cosa astratta, e' una cosa che non mi tocca il cuore ed io mi arrangio nella vita come posso. Non c'e' fedelta' li'. E il pianto del cuore di Gesu' verso Gerusalemme e' questo: 'Gerusalemme, tu non sei fedele; tu non ti sei lasciata amare; e tu ti sei affidata a tanti idoli, che ti promettevano tutto, ti dicevano di darti tutto, poi ti hanno abbandonata'. Il cuore di Gesu', la sofferenza dell'amore di Gesu': un amore non accettato, non ricevuto''.

A proposito di san Paolo, il Pontefice ha osservato che «lui si sente debole, si sente peccatore, ma ha la forza in quell'amore di Dio, in quell'incontro che ha avuto con Gesù Cristo. Dall'altra parte, - ha sottolineato papa Bergoglio -  la città e il popolo infedele, non fedele, che non accetta l'amore di Gesù, o peggio ancora, eh? Che vive quest'amore ma a metà: un po' sì, un po' no, secondo le proprie convenienze. Guardiamo Paolo con il suo coraggio che viene da questo amore, e guardiamo Gesù che piange su quella città, che non è fedele. Guardiamo la fedeltà di Paolo e l'infedeltà di Gerusalemme e al centro guardiamo Gesù, il suo cuore, che ci ama tanto. Che possiamo farcene? La domanda: io somiglio più a Paolo o a Gerusalemme? Il mio amore a Dio è tanto forte come quello di Paolo o il mio cuore è un cuore tiepido come quello di Gerusalemme? Il Signore, per intercessione del Beato Giovanni Paolo II, ci aiuti a rispondere a questa domanda».

Fonte: Vatican Insider

Wojtyla, Congregazione approva il miracolo. E' il secondo: sarà santo entro l'anno.

Il pronunciamento dei cardinali e vescovi ha certificato che la guarigione ritenuta inspiegabile, è avvenuta per intercessione di Giovanni Paolo II. Dopo la firma del decreto, Papa Francesco annuncerà la data della canonizzazione

CITTA' DEL VATICANO - L'ultimo passo verso la santità di Papa Wojtyla è stato fatto. La riunione plenaria di cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei santi ha approvato questa mattina il secondo miracolo attribuito alla sua intercessione. Papa Giovanni Paolo II sarà dunque santo con tutta probabilità entro l'anno e la cerimonia di canonizzazione potrebbe tenersi a dicembre.


Il pronunciamento di oggi dei cardinali e vescovi, dopo che già a fine aprile la consulta medica e la commissione dei teologi avevano approvato il secondo miracolo, serviva a certificare che la guarigione ritenuta inspiegabile, è avvenuta effettivamente per intercessione di Wojtyla. Dopo la sua firma del decreto, Papa Francesco convocherà un concistoro in cui sarà annunciata la data della canonizzazione.




Il miracolo è stato compiuto da Wojtyla la sera stessa della beatificazione, il Primo maggio 2011. Nel corso della riunione i cardinali e vescovi della Congregazione si sarebbero espressi a favore della canonizzazione a dicembre, dopo la conclusione dell'Anno della Fede. Tutto, comunque, è rimesso alla volontà del Papa da cui si potrebbero aspettare "sorprese". Il Pontefice vedrebbe molto bene, proprio a suggello dell'Anno della Fede, la proclamazione contemporanea della santità di Papa Wojtyla e di Giovanni XXIII.

Sulla guarigione e il miracolo la chiesa mantiene il riserbo. Il secondo miracolo è stato riconosciuto come 'inspiegabile'. "Karol Wojtyla sarà canonizzato entro pochi mesi. Un atto miracoloso compiuto da Giovanni Paolo II, dopo il primo che lo ha portato a essere beato, è avvenuto la sera stessa in cui il Papa polacco divenne beato, il primo maggio 2011. E quando verrà reso noto il tipo di guarigione effettuato, la cosa stupirà molti", aveva detto proprio ad aprile un'alta fonte ecclesiastica.

Fonte: Repubblica

22 ottobre 2013

Memoria del Beato Wojtyla. Don Mirilli: Papa Francesco porta avanti il suo “Non abbiate paura”

Ricorre oggi la memoria liturgica del Beato Giovanni Paolo II, che quest’anno coincide con il 35.mo anniversario dell’inizio del suo Pontificato.
Si tratta dell’ultima memoria da Beato: il 27 aprile prossimo, infatti, Papa Francesco canonizzerà Karol Wojtyla che diventerà dunque Santo. Per una testimonianza sulla memoria odierna, Alessandro Gisotti ha intervistato don Maurizio Mirilli, responsabile della pastorale giovanile di Roma e tra gli ultimi sacerdoti ad essere stati ordinati da Papa Wojtyla:



R. - Sono stato tra gli ultimi ad essere ordinato sacerdote proprio da Giovanni Paolo II, il 2 maggio del 2004. Ricordo quel giorno, ovviamente l’emozione della mia ordinazione: avere le mani in testa - durante l’ordinazione - da parte del Papa, che era malato, seduto e faceva fatica ormai a parlare… Ancora sento addosso quelle mani. Mi inginocchiai per dargli la pace, perché lui era seduto e non poteva alzarsi, faceva fatica a palare, e poggiava le mie mani sui braccioli della sedia e lui mise le sue mani sulle mie: mi diede una stretta forte, forte forte. Mi guardò negli occhi, con quel suo sguardo penetrante, ed è come se mi avesse detto: “Adesso tocca a te! Forza, coraggio, non aver paura!”.

D. - Il 22 ottobre del 1978, quindi 35 anni fa, è legato proprio a questo grido in piazza San Pietro: “Non Abbiate paura! Aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo”. Parole che hanno dato un po’ la cifra di tutto il suo Pontificato, di tutta la sua testimonianza, anche di sanità. Il coraggio che viene dall’essere con Gesù…

R. - Eh, si! Anche se non riusciva più a parlare, quelle mani strette erano la traduzione - come dire - attraverso il linguaggio dei gesti di quel “Non abbiate paura!”. Quel non aver paura che è rimasto sempre impresso - credo - in tutti, anche in me. Ed è un invito che viene portato avanti dall’attuale Papa Francesco e che è un incoraggiamento un po’ per tutti.

D. - Il 27 aprile dell’anno prossimo, Karol Wojtyla, insieme ad Angelo Roncalli, verrà canonizzato da Papa Francesco. In un qualche modo quel “Santo subito!” del popolo di Dio - l’8 aprile del 2005, ai suoi funerali - viene confermato. Davvero questo dà proprio il senso di come il popolo di Dio abbia sentito subito la santità dell’uomo…

R. - E’ proprio il caso di dire “Vox populi, vox Dei”. Veramente la voce del Popolo di Dio ha fatto sì che la prassi della caonizzazione fosse più veloce. Ancora oggi sentiamo tutti quella voce, quegli sguardi, quegli incoraggiamenti, quelle visite pastorali ovunque nel mondo, ma anche nelle nostre parrocchie qui a Roma. E’ un Papa che ha incontrato davvero tutti quanti e a tutti ha lasciato il segno.

D. - Papa Wojtyla verrà canonizzato nella Domenica della Divina Misericordia: possiamo sottolineare proprio questo richiamo frequente, da subito, di Papa Francesco alla Divina Misericordia. Quindi anche qui un legame forte con il suo predecessore, che peraltro lo creò cardinale…

R. - Sì, c’è questo legame fortissimo. E’ come se, in qualche maniera, il mandato lanciato da Papa Giovanni Paolo II, con la creazione di questa festa della Divina Misericordia, fosse stato raccolto nella prassi pastorale e operativa da parte di Papa Francesco, il quale ci sta invitando a tradurre nella concretezza del nostro essere sacerdoti, del nostro vivere la Chiesa, una festa che è stata voluta da Giovanni Paolo II. Festa che adesso viene in qualche maniera declinata nella pastorale da parte di Papa Francesco.

Fonte: Radio Vaticana

19 ottobre 2013

Wojtyla, Congregazione approva il miracolo. E' il secondo: sarà santo entro l'anno!



Il pronunciamento dei cardinali e vescovi ha certificato che la guarigione ritenuta inspiegabile, è avvenuta per intercessione di Giovanni Paolo II. Dopo la firma del decreto, Papa Francesco annuncerà la data della canonizzazione
CITTA' DEL VATICANO - L'ultimo passo verso la santità di Papa Wojtyla è stato fatto. La riunione plenaria di cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei santi ha approvato questa mattina il secondo miracolo attribuito alla sua intercessione. Papa Giovanni Paolo II sarà dunque santo con tutta probabilità entro l'anno e la cerimonia di canonizzazione potrebbe tenersi a dicembre.

Il pronunciamento di oggi dei cardinali e vescovi, dopo che già a fine aprile la consulta medica e la commissione dei teologi avevano approvato il secondo miracolo, serviva a certificare che la guarigione ritenuta inspiegabile, è avvenuta effettivamente per intercessione di Wojtyla. Dopo la sua firma del decreto, Papa Francesco convocherà un concistoro in cui sarà annunciata la data della canonizzazione.



Il miracolo è stato compiuto da Wojtyla la sera stessa della beatificazione, il Primo maggio 2011. Nel corso della riunione i cardinali e vescovi della Congregazione si sarebbero espressi a favore della canonizzazione a dicembre, dopo la conclusione dell'Anno della Fede. Tutto, comunque, è rimesso alla volontà del Papa da cui si potrebbero aspettare "sorprese". Il Pontefice vedrebbe molto bene, proprio a suggello dell'Anno della Fede, la proclamazione contemporanea della santità di Papa Wojtyla e di Giovanni XXIII.

Sulla guarigione e il miracolo la chiesa mantiene il riserbo. Il secondo miracolo è stato riconosciuto come 'inspiegabile'. "Karol Wojtyla sarà canonizzato entro pochi mesi. Un atto miracoloso compiuto da Giovanni Paolo II, dopo il primo che lo ha portato a essere beato, è avvenuto la sera stessa in cui il Papa polacco divenne beato, il primo maggio 2011. E quando verrà reso noto il tipo di guarigione effettuato, la cosa stupirà molti", aveva detto proprio ad aprile un'alta fonte ecclesiastica.

Fonte: Repubblica