27 novembre 2013

Udienza generale. Il Papa: chi pratica la misericordia non teme la morte.

Circa 50 mila fedeli oggi in Piazza San Pietro per l’udienza generale, nonostante la giornata molto fredda. Il Papa ha fatto innanzitutto i complimenti ai pellegrini presenti: “perché voi siete coraggiosi con questo freddo in piazza! Complimenti, tanti!”. Quindi, ha affermato di voler portare a termine le catechesi sul “Credo”, svolte durante l’Anno della Fede, che si è concluso domenica scorsa. In questa catechesi e nella prossima – ha detto – “vorrei considerare il tema della risurrezione della carne, cogliendone due aspetti così come li presenta il Catechismo della Chiesa Cattolica, cioè il nostro morire e il nostro risorgere in Gesù Cristo. Oggi mi soffermo sul primo aspetto: «morire in Cristo»”.
“C’è un modo sbagliato di guardare la morte – ha detto - La morte ci riguarda tutti, ci interroga in modo profondo, specialmente quando ci tocca da vicino, o quando colpisce i piccoli, gli indifesi in una maniera che ci risulta ‘scandalosa’. A me sempre ha colpito la domanda: perché soffrono i bambini?, perché muoiono i bambini? Se viene intesa come la fine di tutto, la morte spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questo capita quando consideriamo la nostra vita come un tempo rinchiuso tra due poli: la nascita e la morte; quando non crediamo in un orizzonte che va oltre quello della vita presente; quando si vive come se Dio non esistesse. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo e un camminare verso il nulla. Ma esiste anche un ateismo pratico, che è un vivere solo per i propri interessi, vivere solo per le cose terrene. Se ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultare la morte, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura”.
"Ma a questa falsa soluzione - ha proseguito - si ribella il 'cuore' dell’uomo, il desiderio che tutti noi abbiamo di infinito, la nostalgia che tutti noi abbiamo dell’eterno. E allora qual è il senso cristiano della morte? Se guardiamo ai momenti più dolorosi della nostra vita, quando abbiamo perso una persona cara – i genitori, un fratello, una sorella, un coniuge, un figlio, un amico –, ci accorgiamo che, anche nel dramma della perdita, anche lacerati dal distacco, sale dal cuore la convinzione che non può essere tutto finito, che il bene dato e ricevuto non è stato inutile. C’è un istinto potente dentro di noi, che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte. E questo è vero: la nostra vita non finisce con la morte! Questa sete di vita ha trovato la sua risposta reale e affidabile nella risurrezione di Gesù Cristo. La risurrezione di Gesù non dà soltanto la certezza della vita oltre la morte, ma illumina anche il mistero stesso della morte di ciascuno di noi. Se viviamo uniti a Gesù, fedeli a Lui, saremo capaci di affrontare con speranza e serenità anche il passaggio della morte. La Chiesa infatti prega: «Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura». Una bella preghiera della Chiesa questa! Una persona tende a morire come è vissuta. Se la mia vita è stata un cammino con il Signore, di fiducia nella sua immensa misericordia, sarò preparato ad accettare il momento ultimo della mia esistenza terrena come il definitivo abbandono confidente nelle sue mani accoglienti, in attesa di contemplare faccia a faccia il suo volto”.
E a braccio ha aggiunto: “Questo è il più bello che può accaderci: contemplare faccia a faccia quel volto meraviglioso del Signore. Ma, vederlo come Lui è: bello, pieno di luce, pieno di amore, pieno di tenerezza. Noi andiamo fino a questo punto: trovare il Signore”.“In questo orizzonte – ha proseguito - si comprende l’invito di Gesù ad essere sempre pronti, vigilanti, sapendo che la vita in questo mondo ci è data anche per preparare l’altra vita, quella con il Padre celeste. E per questo c’è una via sicura: prepararsi bene alla morte, stando vicino a Gesù: quella è la sicurezza. Io mi preparo alla morte stando vicino a Gesù. E come si sta vicino a Gesù? Con la preghiera, nei Sacramenti e anche nella pratica della carità. Ricordiamo che Lui è presente nei più deboli e bisognosi. Lui stesso si è identificato con loro, nella famosa parabola del giudizio finale, quando dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. …Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,35-36.40). Pertanto, una via sicura è recuperare il senso della carità cristiana e della condivisione fraterna, prenderci cura delle piaghe corporali e spirituali del nostro prossimo”.
“La solidarietà nel compatire il dolore e infondere speranza – ha sottolineato - è premessa e condizione per ricevere in eredità quel Regno preparato per noi. Chi pratica la misericordia non teme la morte. Pensate bene a questo! Chi pratica la misericordia non teme la morte. Siete d’accordo? Lo diciamo insieme per non dimenticarlo: ‘Chi pratica la misericordia non teme la morte!’. Un’altra volta: ‘Chi pratica la misericordia non teme la morte!’. E perché non teme la morte? Perché la guarda in faccia nelle ferite dei fratelli, e la supera con l’amore di Gesù Cristo. Se apriremo la porta della nostra vita e del nostro cuore ai fratelli più piccoli, allora anche la nostra morte diventerà una porta che ci introdurrà al cielo, alla patria beata, verso cui siamo diretti, anelando di dimorare per sempre con il nostro Padre Dio, con Gesù, con la Madonna e con i santi”.

Fonte: Radio Vaticana

26 novembre 2013

Putin dal Papa. Al centro dei colloqui la pace in Medio Oriente e lacrisi siriana.

Visita del presidente russo Vladimir Putin in Vaticano per un'udienza ieri pomeriggio con Papa Francesco. 

Successivamente il Presidente ha incontrato il Segretario di Stato, Mons. Pietro Parolin, accompagnato dal Segretario per i Rapporti con gli Stati, Mons. Dominique Mamberti. 

Un comunicato della Santa Sede afferma che durante I colloqui "si è espresso compiacimento per i buoni rapporti bilaterali e ci si è soffermati su alcune questioni di interesse comune, in modo particolare sulla vita della comunità cattolica in Russia, rilevando il contributo fondamentale del cristianesimo nella società. In tale contesto, si è fatto cenno alla situazione critica dei cristiani in alcune regioni del mondo, nonché alla difesa e alla promozione dei valori riguardanti la dignità della persona, e la tutela della vita umana e della famiglia - continua il il comunicato - Inoltre, è stata prestata speciale attenzione al perseguimento della pace nel Medio Oriente e alla grave situazione in Siria, in riferimento alla quale il Presidente Putin ha espresso ringraziamento per la lettera indirizzatagli dal Santo Padre in occasione del G20 di S. Pietroburgo".

In particolare "è stata sottolineata l’urgenza di far cessare le violenze e di recare l’assistenza umanitaria necessaria alla popolazione, come pure di favorire iniziative concrete per una soluzione pacifica del conflitto, che privilegi la via negoziale e coinvolga le varie componenti etniche e religiose, riconoscendone l’imprescindibile ruolo nella società". Nel suo incontro con papa Francesco, il presidente russo Putin ha portato il saluto del patriarca di Mosca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa. Lo ha riferito il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.

Fonte: Radio Vaticana



25 novembre 2013

Dio sempre è fedele: non può non esserlo, non può rinnegare se stesso.

“Dio sempre è fedele!” Papa Francesco non stanca mai di ripeterci questa fedeltà di Dio nei confronti dell’uomo: possiamo dire che sia quasi un limite di Dio. Dio non può non essere fedele poiché Dio non può rinnegare se stesso. Questa certezza dà al cristiano il coraggio per affidarsi a Lui e per compiere quelle scelte definitive che impone l’essere fedeli a Cristo.

Così anche nella riflessione quotidiana in Santa Marta il Pontefice ci ha parlato di questa fedeltà di Dio che ci conforta e ci permette di abbandonarci a lui nei momenti al limite: lo vediamo nei santi e nei martiri come la fedeltà a Dio giustifichi le scelte definitive alle quali sono chiamati.

Non si tratta di fanatismo, spiega Papa Francesco, ma di affidamento: affidarsi a Dio nella certezza della sua fedeltà! E, aggiunge il Vescovo di Roma, non serve guardare tanto lontano nella storia per trovare esempi di questa fedeltà: oggi giorno tanti cristiani sono perseguitati per il loro credo, per il fatto stesso di essere “di Cristo“. “Loro sono un esempio per noi e ci incoraggiano a gettare sul tesoro della Chiesa – commenta Papa Francesco – tutto quello che abbiamo per vivere“.

Ma non solamene nelle situazioni al limite sperimentiamo l’affidamento alla fedeltà di Dio: nelle nostre famiglie sperimentiamo quello stesso affidamento quando facciamo scelte definitive. “Pensiamo a tante mamme, a tanti padri di famiglia che ogni giorno fanno scelte definitive per andare avanti con la loro famiglia, con i loro figli” questi sono tutti esempi di testimonianza per noi, perché la fedeltà al Signore ci chiede di scegliere se stare con Lui o contro di Lui. 

Queste testimonianze sono “un tesoro nella Chiesa“, un tesoro composto di coraggio, “il coraggio di andare avanti nella nostra vita cristiana, nelle situazioni abituali, comuni, di ogni giorno e anche nelle situazioni limite“.

Il Papa: i cristiani facciano scelte definitive, come testimoniano i martiri di ogni tempo.

Affidarsi al Signore, anche nelle situazioni limite. E’ l’esortazione di Papa Francesco, nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che i cristiani sono chiamati a scelte definitive, come ci insegnano i martiri di ogni tempo. Anche oggi, ha osservato, ci sono fratelli perseguitati che sono da esempio per noi e ci incoraggiano ad affidarci totalmente al Signore. Il servizio di Alessandro Gisotti: 

Scegliere il Signore, “in una situazione al limite”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia soffermandosi sulle figure che ci presentano la Prima Lettura, tratta dal Libro di Daniele, e il Vangelo: i giovani ebrei schiavi alla corte di Nabucodonosor e la vedova che va al Tempio ad adorare il Signore. In entrambe i casi, ha osservato il Papa, sono al limite: la vedova in condizione di miseria, i giovani in quella di schiavitù. La vedova getta tutto quello che aveva sul tesoro del Tempio, i giovani restano fedeli al Signore a rischio della vita:

"Tutti e due – la vedova e i giovani – hanno rischiato. Nel loro rischio hanno scelto per il Signore, con un cuore grande, senza interesse personale, senza meschinità. Non avevano un atteggiamento meschino. Il Signore, il Signore è tutto. Il Signore è Dio e si affidarono al Signore. E questo non l’hanno fatto per una forza – mi permetto la parola – fanatica, no: 'Questo dobbiamo farlo Signore', no! C’è un’altra cosa: si sono affidati, perché sapevano che il Signore è fedele. Si sono affidati a quella fedeltà che sempre c’è, perché il Signore non può mutarsi, non può: sempre è fedele, non può non essere fedele, non può rinnegare se stesso”.

Questa fiducia nel Signore, ha soggiunto, li ha portati “a fare questa scelta, per il Signore”, perché sanno che Lui “è fedele”. Una scelta che vale nelle piccole cose come nelle scelte grandi e difficili:

“Anche nella Chiesa, nella storia della Chiesa si trovano uomini, donne, anziani, giovani, che fanno questa scelta. Quando noi sentiamo la vita dei martiri, quando noi leggiamo sui giornali le persecuzioni contro i cristiani, oggi, pensiamo a questi fratelli e sorelle in situazioni limite, che fanno questa scelta. Loro vivono in questo tempo. Loro sono un esempio per noi e ci incoraggiano a gettare sul tesoro della Chiesa tutto quello che abbiamo per vivere”.

Il Signore, ha rammentato il Papa, aiuta i giovani ebrei in schiavitù ad uscire dalle difficoltà e anche la vedova viene aiutata dal Signore. C’è la lode di Gesù per lei e dietro la lode c’è anche una vittoria:

“Ci farà bene pensare a questi fratelli e sorelle che, in tutta la nostra storia, anche oggi, fanno scelte definitive. Ma anche pensiamo a tante mamme, a tanti padri di famiglia che ogni giorno fanno scelte definitive per andare avanti con la loro famiglia, con i loro figli. E questo è un tesoro nella Chiesa. Loro ci danno testimonianza, e davanti a tanti che ci danno testimonianza chiediamo al Signore la grazia del coraggio, del coraggio di andare avanti nella nostra vita cristiana, nelle situazioni abituali, comuni, di ogni giorno e anche nelle situazioni limite”.

Fonte: Radio Vaticana


24 novembre 2013

Il Papa: serve solidarietà nel mercato, urgente dare lavoro ai giovani.

Troppo spesso la solidarietà è quasi percepita come una “parolaccia” nel mondo dell’economia. E’ quanto affermato da Papa Francesco in un videomessaggio al Festival della Dottrina Sociale, iniziato giovedì sera a Verona con un intervento del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga. Il Papa mette l’accento sull’esigenza di uno sviluppo armonico della società che non dimentichi giovani e anziani. Quindi, ribadisce che lavoro e dignità della persona camminano assieme e incoraggia, infine, a sostenere le forme cooperative per creare occupazione. Il tema del Festival, giunto alla sua terza edizione, è “Meno disuguaglianze, più differenze”. Il servizio di Alessandro Gisotti:

La sfera e il poliedro. Papa Francesco fa un paragone con la geometria per parlare di disuguaglianze e differenze: laddove infatti la sfera può rappresentare l’omologazione come una certa globalizzazione, il poliedro, con le sue sfaccettature, rappresenta invece l’umanità nella sua pluralità. Il Papa rivolge dunque il pensiero ai giovani e agli anziani, osservando che “il riconoscimento delle differenze valorizza le persone, a differenza dell’omologazione” che rischia di scartarle come vorrebbero “logiche produttive” di una “visione funzionalista della società”. Non dobbiamo dimenticare, avverte, che “i giovani e i vecchi portano ciascuno una loro grande ricchezza: ambedue sono il futuro di un popolo”:

“Non ci può essere sviluppo autentico, né crescita armonica di una società se viene negata la forza dei giovani e la memoria dei vecchi. Un popolo che non ha cura dei giovani, dei vecchi, non ha futuro. E’ per questo che dobbiamo fare tutto quanto è possibile per evitare che la nostra società produca uno scarto sociale e dobbiamo impegnarci tutti per tenere viva la memoria, con lo sguardo rivolto al futuro”.



Il Papa ricorda il dramma della disoccupazione giovanile, evidenziando che in alcuni Paesi si parla del 40% di giovani senza lavoro:

“Questa è un’ipoteca, è un’ipoteca per un futuro. E se questo non si risolve presto, è la sicurezza di un futuro troppo debole o un non-futuro”.

Papa Francesco rivolge così il pensiero al contributo che la Dottrina Sociale della Chiesa può dare in un tempo di crisi economica. E avverte che gli operatori economico-finanziari devono stare attenti a non mettersi a “servire il profitto”, diventando schiavi del denaro:

“La Dottrina sociale contiene un patrimonio di riflessioni e di speranza che è in grado anche oggi di orientare le persone e di conservarle libere. Occorre coraggio, un pensiero e la forza della fede per stare dentro il mercato, per stare dentro il mercato, guidati da una coscienza che mette al centro la dignità della persona, non l’idolo denaro”.

E annota che se ci si aiuta a vicenda, “perseguire il bene comune diventa la scelta che trova riscontro anche nei risultati”. “La Dottrina sociale – sottolinea – quando viene vissuta genera speranza” e genera la forza “per promuovere con il lavoro una nuova giustizia sociale”. L’applicazione della Dottrina sociale, soggiunge il Papa, “contiene in sé una mistica”. All’inizio sembra togliere qualcosa, portando fuori dalle regole del mercato. Ma poi crea invece “un grande guadagno”, perché “richiede di farsi carico dei disoccupati, delle fragilità, delle ingiustizie sociali e non sottostà alle distorsioni di una visione economicistica”:

“La Dottrina sociale non sopporta che gli utili siano di chi produce e la questione sociale sia lasciata allo Stato o alle azioni di assistenza e di volontariato. Ecco perché la solidarietà è una parola chiave della Dottrina sociale. Ma noi, in questo tempo, abbiamo il rischio di toglierla dal dizionario, perché è una parola incomoda, ma anche – permettetemi – è quasi una 'parolaccia'. Per l’economia e il mercato, solidarietà è quasi una parolaccia”.

Il Papa dedica quindi la parte finale del suo videomessaggio al mondo delle cooperative. Una realtà, confida, che lo appassiona fin da quando a 18 anni, nel 1954, aveva sentito suo padre svolgere una conferenza sul cooperativismo cristiano. Quella delle cooperative, afferma, “è proprio la strada per una uguaglianza” nelle “differenze”, anche se è una strada “economicamente lenta”. Ma, ricorda il Papa, come diceva mio padre “va avanti lentamente, ma è sicura”:

“Il lavoro è troppo importante. Lavoro e dignità della persona camminano di pari passo. La solidarietà va applicata anche per garantire il lavoro; la cooperazione rappresenta un elemento importante per assicurare la pluralità di presenze tra i datori del mercato”.

“Oggi – è la riflessione del Papa – essa è oggetto di qualche incomprensione anche a livello europeo”. E tuttavia, afferma, “ritengo che non considerare attuale questa forma di presenza nel mondo produttivo costituisca un impoverimento che lascia spazio alle omologazioni e non promuove le differenze e l’identità”:

“Oggi, questo è di estrema attualità e spinge la cooperazione a diventare un soggetto in grado di pensare alle nuove forme di Welfare. Il mio auspicio è che possiate rivestire di novità la continuità. E così imitiamo anche il Signore, che sempre ci fa andare avanti con sorprese, con le novità”.

Fonte: Radio vaticana

Papa Francesco chiude l'Anno della Fede: Gesù è il centro di tutto e ci perdona sempre.

Accogliere la “centralità di Gesù” nella propria vita. Nella Solennità di Cristo Re, ultima domenica dell’Anno liturgico e atto conclusivo dell’Anno della Fede, Papa Francesco all’omelia della Messa presieduta in Piazza San Pietro ha esortato la Chiesa e ogni singolo cristiano a riconoscere in Cristo il “centro” della creazione, del popolo di Dio, il centro della storia e dell’umanità. Ma soprattutto, ha invitato ogni cristiano a rimettere Cristo al centro del proprio cuore, nonostante i propri limiti, e con l'assoluta certezza di poter contare sulla Misericordia di Dio. “Gesù – ha affermato il Papa – pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna” e la sua promessa al buon ladrone, ha aggiunto, “ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata”.

Il Papa ha iniziato la celebrazione attorniato da 1200 concelebranti, e davanti a circa 60 mila persone, inchinandosi davanti al reliquiario che custodisce alcune ossa attribuite all’Apostolo Pietro, per la prima volta esposto in pubblico. Prima della Messa, per volontà del Papa è stata effettuata tra i fedeli presenti una colletta in favore della popolazione filippina colpita dal tifone Haiyan. Al termine della Messa, prima dell’Angelus, Papa Francesco consegnerà la sua Esortazione Apostolica



Evangelii gaudium. Di seguito, il testo integrale dell’omelia pronunciata da Papa Francesco:
“La solennità odierna di Cristo Re dell’universo, coronamento dell’anno liturgico, segna anche la conclusione dell’Anno della Fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro pensiero pieno di affetto e riconoscenza per questo dono che ci ha dato. Con tale provvidenziale iniziativa, egli ci ha offerto l’opportunità di riscoprire la bellezza di quel cammino di fede che ha avuto inizio nel giorno del nostro Battesimo, e che ci ha resi figli di Dio e fratelli nella Chiesa. Un cammino che ha come meta finale l’incontro pieno con Dio, e durante il quale lo Spirito Santo ci purifica, ci eleva, ci santifica, per farci entrare nella felicità a cui anela il nostro cuore. Desidero anche rivolgere un cordiale e fraterno saluto ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, qui presenti. Lo scambio della pace, che compirò con loro, vuole significare anzitutto la riconoscenza del Vescovo di Roma per queste Comunità, che hanno confessato il nome di Cristo con una esemplare fedeltà, spesso pagata a caro prezzo.

Allo stesso modo, per loro tramite, con questo gesto intendo raggiungere tutti i cristiani che vivono nella Terra Santa, in Siria e in tutto l’Oriente, al fine di ottenere per tutti il dono della pace e della concordia. Le Letture bibliche che sono state proclamate hanno come filo conduttore la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia.

1. L’Apostolo Paolo ci offre una visione molto profonda della centralità di Gesù. Ce lo presenta come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio. Gesù Cristo, il Signore: Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose (cfr 1,12-20). Signore della Creazione, Signore della riconciliazione.

Questa immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e pertanto l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. E così, i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo. Le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo. Invece, quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni, per l’ambiente attorno a noi e per l’uomo stesso.

2. Oltre ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione, Cristo è centro del popolo di Dio. E proprio oggi è qui, al centro di noi. Adesso è qui, nella Parola, e sarà qui, sull’altare, vivo, presente, in mezzo a noi, il suo popolo. E’ quanto ci viene mostrato nella prima Lettura, dove si racconta del giorno in cui le tribù d’Israele vennero a cercare Davide e davanti al Signore lo unsero re sopra Israele (cfr 2 Sam 5,1-3). Attraverso la ricerca della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino dell’uomo, che si facesse loro fratello.

Cristo, discendente del re Davide, è proprio il “fratello” intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno: un solo popolo; uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo.

3. E, infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano, e ci dà speranza, come avviene per il buon ladrone nel Vangelo di oggi.

Mentre tutti gli altri si rivolgono a Gesù con disprezzo – “Se tu sei il Cristo, il Re Messia, salva te stesso scendendo dal patibolo!” – quell’uomo, che ha sbagliato nella vita fino alla fine, si aggrappa pentito a Gesù crocifisso implorando: «Ricordati di me, quando entrerai nel tuo Regno» (Lc 23,42). E Gesù gli promette: «Oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43): il suo regno. Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta.

Oggi tutti noi possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi, anche, ha i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia e guardare Gesù e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: “Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia diventare buono, io ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore! Ma ricordati di me, Gesù: tu puoi ricordarti di me, perché tu sei al centro, tu sei proprio nel tuo Regno!”. Che bello! Facciamolo oggi tutti, ognuno nel suo cuore, tante volte. “Ricordati di me, Signore, tu che sei al centro, tu che sei nel tuo Regno!”. La promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso: dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno! Gesù è proprio il centro dei nostri desideri di gioia e di salvezza. Andiamo tutti insieme su questa strada”.

Fonte: Radio Vaticana