7 dicembre 2013

Piazza San Pietro: pronto l’albero per il primo Natale di Papa Francesco, si lavora per il presepe..

Mentre si lavora per l’allestimento del presepe, in piazza San Pietro è stato innalzato l'albero di Natale.



La mattina del 5 dicembre è stato innalzato l'albero di Natale più importante del mondo Cristiano-Cattolico praticante: quello di piazza San Pietro, a Roma. Si tratta di un grande abete (alto 25 metri) proveniente dalla Baviera, donato dalla comunità di Waldmuenchen.



Il maestoso albero è stato tagliato il 2 dicembre a Ratisbona e pesa 7,2 tonnellate. Il vescovo della città, Rudolf Voderholzer, si era così espresso riguardo la spedizione dell'albero di Natale a Roma: "Siamo orgogliosi di poter portare un albero di Natale dal centro dell'Europa al centro della Cristianità". Dopo una tappa a Monaco, ecco l'abete alzato su piazza San Pietro, è grandissimo, e ha ben 45 anni; l'abbellimento prevede l'accostamento di tanti piccoli alberelli attorno ad esso.



Il presepe del 2013 in piazza San Pietro è dedicato a Papa Francesco

"Francesco 1223-Francesco 2013", ecco il titolo scelto per il primo presepe di Papa Bergoglio. Mentre i visitatori e i fedeli ammirano l'albero di Natale, come da tradizione, fervono i preparativi sotto l'obelisco al centro di piazza San Pietro. Da lunedì 2 dicembre il personale è al lavoro per l'allestimento del presepe che quest'anno è stato offerto dall'arcidiocesi di Napoli, per volontà del cardinale Crescenzio Sepe e in omaggio a Papa Francesco. Sarà quindi un "presepe parteonopeo" e ne rispecchierà la grande tradizione; si tratta della rappresentazione della nascita di Gesù ambientata nella Napoli del Settecento, con sedici pastori vestiti con abiti dell'epoca. Nel presepe saranno rappresentate tutte le classi sociali.

Sarà un presepe così "umano" ad aver ispirato l'artigiano napoletano Genny Di Virgilio nella realizzazione della statuetta per il presepe dalle sembianze di Papa Francesco? Il Pontefice ha reagito con simpatia, aggiungendo che secondo lui è stato rappresentato più magro di come è nella realtà...

Fonte: Blasting news

Dal carcere di Padova i panettoni per Francesco

Anche quest'anno arrivano dalla cooperativa «Giotto» i dolci per i regali del Papa

ANDREA TORNIELLI
PADOVA

Vedi i loro sguardi e capisci quanto le parole del Papa - «Dove non c’è lavoro, manca la dignità!» - siano ancora più vere in un luogo come questo. Impastano farina e uova, producono in proprio con materie prime di alta qualità ogni ingrediente, sfornano ogni anno oltre sessantamila panettoni con ricette che hanno vinto premi e ambiti riconoscimenti. Ma soprattutto riacquistano giorno dopo giorno fiducia in se stessi, perché qualcuno ha scommesso su di loro, sulla possibilità di un riscatto, di una ripartenza.



Carcere «Due Palazzi», periferia di Padova. Ogni cella pensata per accogliere un detenuto ne ospita tre. È qui, tra le mura della prigione, che si trova un laboratorio di pasticceria d'eccellenza, accanto a capannoni dove si assemblano biciclette, si preparando componenti per valigeria, si effettua un servizio di call-center. Sotto Natale è la produzione di dolci tipici ad assorbire le maggiori energie e così anche il bancone solitamente adibito alla catena di montaggio delle bici viene usato per l'imballaggio degli scatoloni di panettoni da spedire in tutto il mondo.


«La giornata comincia presto per i detenuti che lavorano nella Pasticceria Giotto - spiega Nicola Boscoletto, presidente del consorzio sociale Giotto, che comprende le cooperative Giotto e Work crossing, attive all’interno del carcere - Alle 6.30 è già tempo di impastare, infornare, confezionare i meravigliosi panettoni. Per chi sconta una pena in carcere, poter lavorare determina un nuovo uso del tempo. Ma consente anche di imparare una professione, di rimettersi in gioco, di cominciare a pensare che si può tornare a una vita normale. Da sempre noi di Officina Giotto puntiamo sulla dignità delle persone, sulla possibilità per chi ha sbagliato di trovare una strada sicura attraverso l’esperienza del lavoro. L’uomo non è il suo errore».


È stato Benedetto XVI il primo Papa a ordinare i dolci natalizi Giotto prodotti dai carcerati, 250 panettoni da offrire come suo personale regalo. In tempi di spending review vaticana si pensava che quest'anno l'ordine non ci sarebbe stato. Invece Papa Francesco ha voluto confermare la tradizione, e offrirà anche lui come suo personale omaggio i dolci natalizi artigianali impastati e cucinati dietro le sbarre. È nota del resto la sensibilità di Bergoglio verso i detenuti: con un gruppo di loro, carcerati in un istituto argentino, il Papa intrattiene un dialogo telefonico ogni quindici giorni, la domenica.


«Quando telefono a detenuti mi chiedo "Perché non io?" - ha raccontato Francesco ai cappellani delle carceri - Qua, ogni volta chiamo qualcuno di quelli di Buenos Aires che conosco, che sono in carcere, la domenica, e faccio una chiacchierata. Poi, quando finisco, penso: "Perché lui è lì e non io, che ho tanti e più meriti di lui per stare lì?". E quello mi fa bene, eh? Perché lui è caduto e non sono caduto io? Perché le debolezze che abbiamo, sono le stesse e per me è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare a loro».


«Siamo davvero grati a Papa Francesco per aver rinnovato questa scelta. Per i nostri carcerati significa molto. Il Consorzio - spiega Boscoletto - dà lavoro a 120 detenuti, di cui 15 in esterno. Oltre alla pasticceria c’è un servizio di ristorazione che impiega altri 25 detenuti e che funziona anche da catering. Del consorzio fanno parte anche un call center, un assemblaggio di valigie della Roncato e una fabbrica di biciclette».


«Grazie al lavoro si riesce ad abbattere molto la recidiva - spiega ancora il presidente  - Per chi segue un percorso lavorativo e l’eventuale misura alternativa, la recidiva, infatti, scende sotto il 5%, con punte dell’1%. Purtroppo, su quasi 67.000 detenuti nelle carceri italiane, sono solo 700-800 quelli che operano con un lavoro vero e proprio. Inoltre, se ogni detenuto costa allo Stato 250 euro al giorno, cioè 100.000 euro all’anno, si capisce l’importanza del lavoro in carcere e dell’investimento di risorse economiche in tal senso: il risparmio che deriva da ogni punto percentuale di abbattimento della recidiva sarebbe di 50 milioni di euro per la collettività».


Tra le specialità preparate dai pasticceri di Giotto ci sono biscotti artigianali, grissini, focacce, colombe e dolci ispirati a Sant’Antonio e alla tradizione popolare. I dolci prodotti nel carcere «Due Palazzi» si possono trovare in ogni regione italiana, ma vengono esportati anche all’estero: Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Cina, Taiwan e Antille. E tra un'impastatrice e una sfoglia, una glassa di cioccolato e una ciotola di arance candite, si consolidano amicizie e può accadere di incontrare la fede cristiana che è all'origine dell'impegno dei promotori di questa iniziativa.


I panettoni Giotto saranno protagonisti anche di una «prima» speciale: questa sera, un gruppo di detenuti del carcere milanese di San Vittore seguirà su un maxischermo la prima della «Traviata» messa in scena alla Scala, in presenza del ministro Guardasigilli Anna Maria Cancellieri. Al termine è previsto un rinfresco e i dolci padovani saranno tra i piatti forti. 

Fonte: Vatican Insider

Messa del Papa a Santa Marta - Il grido che dà fastidio

La preghiera è «un grido» che non teme di «dar fastidio a Dio», di «far rumore», come quando si «bussa a una porta» con insistenza. Ecco, secondo Papa Francesco, il significato della preghiera che va rivolta al Signore in spirito di verità e con la sicurezza che egli può davvero esaudirla.



Il Pontefice ne ha parlato all'omelia della messa celebrata venerdì mattina, 6 dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta. Riferendosi al passo del capitolo 9 di Matteo (27-31), il Papa ha innanzitutto richiamato l'attenzione su una parola contenuta nel brano del Vangelo «che ci fa pensare: il grido». I ciechi, che seguivano il Signore, gridavano per essere guariti. «Anche quel cieco all’entrata di Gerico gridava e gli amici del Signore volevano farlo tacere», ha ricordato il Santo Padre. Ma quell’uomo «chiede al Signore una grazia e la chiede gridando», come a dire a Gesù: «Ma fallo! Io ho diritto che tu faccia questo!».

«Il grido — ha spiegato il Pontefice — è qui un segno della preghiera. Lo stesso Gesù, quando ci insegnava a pregare, diceva di farlo come un amico fastidioso che, a mezzanotte, andava a chiedere un pezzo di pane e un po’ di pasta per gli ospiti». Oppure «di farlo come la vedova col giudice corrotto». In sostanza, ha proseguito il Papa, «di farlo — io direi — dando fastidio. Non so, forse questo suona male, ma pregare è un po’ dare fastidio a Dio perché ci ascolti». E ha precisato che è il Signore stesso a dirlo, suggerendo di pregare «come l’amico a mezzanotte, come la vedova al giudice». Dunque pregare «è attirare gli occhi, attirare il cuore di Dio verso di noi». Ed è proprio quello che hanno fatto anche i lebbrosi del Vangelo, che si avvicinarono a Gesù per dirgli: «Ma se tu vuoi, tu puoi guarirci!». E «lo fanno con una certa sicurezza».

«E così Gesù — ha affermato il Pontefice — ci insegna a pregare». Noi abitualmente presentiamo al Signore la nostra richiesta «uno, due o tre volte, ma non con tanta forza: e poi mi stanco di chiederlo e mi dimentico di chiederlo». Invece i ciechi di cui parla Matteo nel passo evangelico «gridavano e non si stancavano di gridare». Infatti, ha detto ancora il Papa, «Gesù ci dice: chiedete! Ma anche ci dice: bussate alla porta! E chi bussa alla porta fa rumore, disturba, dà fastidio».

Proprio «queste sono le parole che Gesù usa per dirci come noi dobbiamo pregare». Ma questo è anche «il modo, che noi vediamo nel Vangelo, della preghiera dei bisognosi». Così i ciechi «si sentono sicuri di chiedere al Signore la salute», tanto che il Signore domanda: «Credete che io possa fare questo?». E loro rispondono: «Sì, o Signore! Crediamo! Siamo sicuri!».

Ecco, ha proseguito il Santo Padre, i «due atteggiamenti» della preghiera: «è bisognosa ed è sicura». La preghiera «è bisognosa sempre. La preghiera, quando noi chiediamo qualcosa, è bisognosa: ho questo bisogno, ascoltami Signore!». Inoltre «quando è vera, è sicura: ascoltami, io credo che tu puoi farlo, perché tu lo hai promesso!». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «la vera preghiera cristiana è fondata sulla promessa di Dio. Lui l’ha promesso».

Il Pontefice ha poi fatto riferimento alla prima lettura (Isaia 29, 17-21) della liturgia del giorno, che contiene la promessa di salvezza di Dio al suo popolo: «Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno». Questo passo, ha affermato il Papa, «è una promessa. Tutto questo è una promessa, la promessa della salvezza: io sarò con te, io ti darò la salvezza!». Ed è «con questa sicurezza» che «noi diciamo al Signore i nostri bisogni. Ma sicuri che lui può farlo».

Del resto, quando preghiamo, è il Signore stesso a domandarci: «Tu credi che io possa fare questo?». Un interrogativo da cui scaturisce la domanda che ciascuno deve porre a se stesso: «Sono sicuro che lui può farlo? O prego un po’ ma non so se lui può farlo?». La risposta è che «lui può farlo», anche se «quando lo farà e come lo farà non lo sappiamo». Proprio «questa è la sicurezza della preghiera».

Per quanto riguarda poi il «bisogno» specifico che motiva la nostra preghiera, occorre presentarlo «con verità al Signore: sono cieco, Signore, ho questo bisogno, ho questa malattia, ho questo peccato, ho questo dolore». Così lui «sente il bisogno, ma sente che noi chiediamo il suo intervento con sicurezza».

Papa Francesco ha ribadito, in conclusione, la necessità di pensare sempre «se la nostra preghiera è bisognosa ed è sicura»: è «bisognosa perché diciamo la verità a noi stessi», ed è «sicura perché crediamo che il Signore può fare quello che noi chiediamo».

Fonte: L'osservatore Romano

6 dicembre 2013

Papa Francesco al Museo delle cere

ROMA - In una sera di marzo si è trovato all'improvviso dalla fine del mondo al balcone di piazza San Pietro. Nove mesi dopo Papa Francesco è diventato (anche) una statua del museo delle cere di Roma, la settantacinquesima della famiglia di politici, attori, cantanti e sportivi che imita quelli veri nel palazzo di piazza Santi Apostoli dove un tempo c'era una banca e oggi l'unico museo delle cere in Italia.



L'8 dicembre sarà esposta dopo due mesi di lavoro, le mani di tre artigiani, 10 chili di creta, sette di silicone, pazienza e molto occhio. Per realizzare il 'clone' di Bergoglio infatti nessun calco dal vivo. Solo mestiere, senso delle proporzioni e foto prese dai giornali che non sono mancate fin da subito, complice il volto sorridente e le pose 'fuoriprogramma' del papa che parla con l'accento di Maradona. E così ad aprile l'idea di farne una statua è scattata nella testa di Fernando Canini, che ha ereditato dal nonno nome e cognome ma anche l''azienda'. ''Mio nonno era un impresario del circo - racconta - e da Trastevere si trovò a organizzare spettacoli in giro per l'Europa, fino a Londra e Parigi dove rubò l'idea del museo delle cere che ha aperto a Roma nel '58''. Il 'cantiere' per creare la statua del papa argentino è cominciato in estate. Prima fase: il volto in creta realizzato dallo scultore Otello Scatolini, che aveva già firmato quello di Giovanni Paolo II.




''E' un lavoro fatto secondo le vecchie tradizioni - racconta - Si parte da un'armatura in metallo che serve a reggere la creta che va aggiunta a mano, seguendo l'occhio e il mestiere. Così fino ai dettagli. Il primo passaggio va da uno a 20 giorni e azzeccare lo sguardo è la cosa più difficile. Ma per Papa Francesco c'ho messo meno di 48 ore, forse perché mi sta simpatico..''. La scultura è poi passata tra le mani di Davide Bracci, docente all'Accademia del trucco di Roma che ha lavorato con Dario Argento. A lui è toccata la fase dello 'stampaggio' in silicone che serve a ottenere il calco partendo dalla scultura in creta, che viene chiusa in un guscio ad hoc e ricoperta da silicone fino ad avere il cosiddetto 'negativo'. A quel punto sono stati aggiunti occhi di vetro e denti. Sopracciglia e capelli invece Bracci li ha inseriti uno per uno con un ago. Testa e mani (sempre di silicone) sono state poi montate sul 'corpo', fatto con un modello di resina e legno e riempito di gommapiuma. Passaggio finale, la vestizione che è stata affidata al sarto Adriano Taito che ha cucito l'abito talare bianco e lo zucchetto. Ultimo tocco gli occhiali e Francesco è pronto. A fargli compagnia nel museo ci saranno altri cinque pontefici e accanto quello che gli ha aperto la strada con la sua rinuncia.




Fonte: Ansa News

Il Papa: «Mandela? Un esempio nell’impegno per la dignità umana»

Lo dice Francesco in un telegramma ricordando la figura che può ispirare «generazioni di sudafricani a mettere la giustizia prima delle aspirazioni politiche»

Papa Francesco ha "appreso con tristezza" la notizia della morte del leader sudafricano Nelson Mandela. In un telegramma inviato al presidente della Repubblica sudafricana Jacob Zuma, il pontefice ha inviato le sue "condoglianze e preghiere" alla famiglia del premio nobel per la pace, al governo a tutto il popolo del Sudafrica.



"Raccomandando l'anima del defunto alla infinita misericordia di Dio onnipotente - ha scritto Bergoglio - chiedo al Signore di consolare  e dare forza a tutti coloro che piangono la sua perdita".



"Tributando omaggio alla sua ferma determinazione mostrata da Nelson Mandela nel promuovere la dignità di tutti i cittadini della nazione e nel forgiare un nuovo Sudafrica costruito sulle solide fondamenta della nonviolenza, della riconciliazione e della verità, prego - ha proseguito Francesco - perché l'esempio dello scomparso presidente ispiri generazioni di sudafricani nel mettere la giustizia e il bene comune al primo posto delle loro aspirazioni politiche. Con questi sentimenti - ha concluso - invoco per tutta la gente del Sudafrica i doni divini della pace e della prosperità".

Fonte: Vatican Insider

'Addio Madiba', è morto Nelson Mandela. Il simbolo mondiale della lotta al razzismo

"Madiba", così lo chiamavano tutti, si è spento serenamente nella sua abitazione attorniato dai familiari. Aveva 95 anni, di cui 27 trascorsi nelle prigioni del regime sudafricano, prima della liberazione dall'apartheid e dell'elezione a presidente



JOHANNESBURG - Il padre della lotta contro la segregazione razziale in Sud Africa, Nelson Mandela, è morto. Eroe della lotta all'apartheid nel Paese e premio Nobel per la pace nel 1993, è scomparso all'età di 95 anni. Il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, vestito di nero e con il volto tirato, ha annunciato la scomparsa in un commosso discorso televisivo e ha dichiarato il lutto nazionale. 

Madiba, soprannome che deriva dal suo clan di appartenenza,  si è spento serenamente nella sua abitazione a Johannesburg, attorniato dai suoi familiari. Tutto il Sudafrica ha seguito con il fiato sospeso i suoi ultimi mesi, punteggiati da quattro ricoveri in ospedale dovuti a infezioni polmonari, conseguenze della turbercolosi contratta nei lunghi anni di prigione a Robben Island. Appena appresa la notizia una folla,  fra cui tanti giovani si è radunata sotto la sua casa: molti in lacrime, qualcuno sorridendo nel ricordo di un uomo venerato ormai nel continente africano quasi come un santo.



Nelson Mandela è stato il simbolo dell'ultima lotta dell'Africa nera contro l'estremo baluardo della dominazione bianca nel continente.

Un uomo cresciuto nello spietato regime dell'apartheid razzista che oppresse il Sudafrica dal 1948 al 1994; un leader che ha abbracciato e guidato la lotta armata, ha trascorso quasi un terzo della vita in carcere e ne è uscito come un 'Gandhi nero', che con il suo messaggio di perdono e riconciliazione ha saputo trattenere il suo Paese dal precipitare in un temuto baratro di vendetta e di sangue.

Mandela ha trascorso ventisette anni nelle galere del regime segregazionista bianco ma non ha mai pronunciato la parola vendetta e una volta eletto presidente nel 1994 - dopo la sua liberazione e la fine dell'apartheid - ha fatto della riconciliazione, caparbiamente voluta e cercata, il filo rosso della sua vita. Alla fine del suo mandato presidenziale nel 1999, si ritirò dalla vita politica.


"Adesso riposa, adesso è in pace", ha detto Zuma annunciando la scomparsa del leader sudafricano Nobel per la pace. "La nostra nazione ha perso un grande figlio", ha proseguito. Mandela avrà funerali di Stato.

Secondo i suoi desideri sarà sepolto a Qunu, suo villaggio natìo. Lo spostamento dei resti di tre dei suoi figli ha chiuso una diatriba familiare sul luogo della sepoltura che si è trascinata negli ultimi mesi.

Nelson Mandela ha avuto un obiettivo in tutta la propria vita da leader: l'unità degli africani. Ne è convinto Desmond Tutu, l'arcivescovo che con l'ex presidente sudafricano si battè contro l'apartheid. "Negli ultimi 24 anni - ha detto Tutu - Madiba ha pensato a come farci vivere insieme e credere l'uno nell'altro. E' stato un unificatore fin dal momento in cui è uscito dalla prigione".

"Un colosso, un esempio di umiltà, uguaglianza, giustizia, pace e speranza per milioni" di uomini e donne. Così l'Africa National Congress (Anc), il partito di Nelson Mandela, lo ricorda oggi, mentre Frederik De Klerk, ultimo presidente sudafricano dell'epoca dell'apartheid, spiega: "Grazie a Mandela la riconciliazione in Sudafrica è stata possibile".

Fonte: Repubblica