22 novembre 2013

Il Papa 'farmacista' consiglia la Misericordina: "E' medicina spirituale"

Città del Vaticano - (Adnkronos) - In una scatoletta le 'pillole' della fede, un rosario da portare sempre con sé in una confezione che somiglia a quella di un farmaco. L'idea dei seminaristi polacchi sponsorizzata da Francesco all'Angelus: "Fa bene al cuore"

Città del Vaticano, 17 nov. (Adnkronos) - Arriva la 'misericordia' in pillole. L'originale iniziativa si deve ai seminaristi polacchi, dalla cui fantasia è nata 'Miserikordyna', rosario da portare sempre con sé. Le speciali 'pillola della fede' sono grani del rosario contenuti in una scatoletta esattamente come un'aspirina o una qualsiasi altra compressa e all'interno c'è pure il 'bugiardino' illustrativo come accade per i medicinali. Le pillole della fede sono state distribuite ai pellegrini e ai fedeli in piazza San Pietro in occasione dell'Angelus. Il Papa ha fatto riferimento all'iniziativa come ''un modo per concretizzare i frutti dell'Anno della Fede, che volge al termine.




Qualcuno penserà che il Papa fa il farmacista! Si tratta di una 'medicina spirituale' è contenuta in una scatoletta, che alcuni volontari distribuiranno mentre lasciate la piazza. C'è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche la 'coroncina della Divina Misericordia', aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l'amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla, fa bene al cuore, all'anima e a tutta la vita''. All'interno della confezione si trovano le 'compresse', vale a dire i 59 grani del rosario. Un 'farmaco' senza controindicazioni che, anzi, fa sì che "l'anima riceva la misericordia. E' rivelato attraverso la pace del cuore, la gioia interiore e il desiderio di fare del bene", spiega il foglietto illustrativo nella confezione. L'efficacia è garantita "con le parole di Gesù".

Fonte: Androkonos

Il Papa alle benedettine: Maria, icona più espressiva della speranza cristiana

Maria è la madre della speranza e da Lei nasce l’insegnamento a guardare al domani con speranza, e a non fermarsi all’oggi. E’ il messaggio che Papa Francesco ha consegnato nel pomeriggio alle monache benedettine camaldolesi all’Aventino, in occasione della sua visita al monastero di Sant’Antonio Abate, nella Giornata delle Claustrali, dedicata a tutte le comunità di clausura. Ad accoglierlo l’Abbadessa suor Michela Porcellato. Dopo la celebrazione dei vespri, il Papa ha avuto un colloquio privato con le monache. Servizio di Francesca Sabatinelli: 00:04:03:60
Maria: icona più espressiva della speranza cristiana. Papa Francesco si rivolge alle camaldolesi, che lo accolgono nel loro monastero, celebrando la Madonna, Colei che ha conosciuto e amato Gesù come nessun’altra creatura, con il quale ha instaurato un legame di parentela ancora prima di darlo alla luce:
Diventa discepola e madre del suo Figlio nel momento in cui accoglie le parole dell’Angelo e dice: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Questo “avvenga” non è solo accettazione, ma anche apertura fiduciosa al futuro: è speranza! Questo “avvenga” è speranza!
Maria è la madre della speranza. Alle monache che lo ascoltano, e alla loro Abbadessa, il Papa ricorda tutti i sì della vita della Vergine, a partire da quello dell’annunciazione, che ne fanno appunto “l’icona più espressiva della speranza cristiana”:
Maria non sapeva come potesse diventare madre, ma si è affidata totalmente al mistero che stava per compiersi, ed è diventata la donna dell’attesa e della speranza.
Il Papa racconta la Maria a Betlemme per la nascita di Gesù, la Maria a Gerusalemme per la presentazione al tempio, la Maria consapevole di come la missione e l’identità di quel Figlio, divenuto Maestro e Messia, superino il suo essere madre e allo stesso tempo possano generare apprensione, così come le parole di Simeone e la sua profezia di dolore. “Eppure – ci dice il Papa – di fronte a tutte queste difficoltà e sorprese del progetto di Dio, la speranza della Vergine non vacilla mai!” :
Questo ci dice che la speranza si nutre di ascolto, di contemplazione, di pazienza perché i tempi del Signore maturino.
Anche nel momento in cui Maria diviene donna del dolore ai piedi della croce, la sua speranza non cede, ma la sorregge nella “vigilante attesa di un mistero, più grande del dolore che sta per compiersi”:
Tutto sembra veramente finito; ogni speranza potrebbe dirsi spenta. Anche lei, in quel momento, avrebbe potuto dire, se avesse ricordato le promesse dell’Annunciazione: “Questo non è vero! Sono stata ingannata!”. E non lo ha fatto.
Maria ha creduto, la sua fede le ha fatto aspettare con speranza il domani di Dio. Ciò che evidentemente, è la riflessione alla quale conducono le parole di Francesco, oggi l’uomo non riesce a fare:
Tante volte io penso: “Noi sappiamo aspettare il domani di Dio o vogliamo l’oggi, l’oggi, l’oggi?”. Il domani di Dio è per lei l’alba di quel giorno, primo della settimana. Ci farà bene pensare, a noi, nella contemplazione, all’abbraccio del figlio con la madre
In conclusione, guardando a quell’unica “lampada accesa al sepolcro di Gesù” che “è la speranza della madre” e in quel momento anche “la speranza dell’umanità”, il Papa domanda:
… nei Monasteri è ancora accesa questa lampada? Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?
Maria è quindi la testimonianza solida di speranza, presente in ogni momento della storia della salvezza:
Lei, madre di speranza, ci sostiene nei momenti di buio, di difficoltà, di sconforto, di apparente sconfitta, nelle vere sconfitte umane. Maria, speranza nostra, ci aiuti a fare della nostra vita un’offerta gradita al Padre celeste, un dono gioioso per i nostri fratelli, un atteggiamento sempre che guarda al domani.

Fonte: Radio Vaticana

«No agli utili solo a chi produce mentre i problemi vanno allo Stato»

Videomessaggio del Papa al Festival della Dottrina sociale: «Occorre coraggio, un pensiero e la forza della fede per stare dentro il mercato mettendo al centro la dignità della persona, non l’idolo denaro»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«La Dottrina Sociale non sopporta che gli utili siano di chi produce e la questione sociale sia lasciata allo Stato o alle azioni di assistenza e di volontariato... Occorre coraggio, un pensiero e la forza della fede per stare dentro il mercato mettendo al centro la dignità della persona, non l’idolo denaro». Lo ha detto Francesco nel videomessaggio trasmesso questa sera a Verona, in apertura del Festival della dottrina sociale, che quest'anno riflette sul tema «Meno disuguaglianze, più differenze». Un titolo, ha spiegato il Papa, che «evidenzia la plurale ricchezza delle persone come espressione dei talenti personali e prende le distanze dalla omologazione che mortifica e rende disuguali».

Bergoglio è tornato a parlare di giovani e anziani. «Oggi, i giovani e i vecchi vengono considerati scarti perché non rispondono alle logiche produttive in una visione funzionalista della società, non rispondono ad alcun criterio utile di investimento... Non dobbiamo dimenticare, però, che i giovani ed i vecchi portano ciascuno una loro grande ricchezza: ambedue sono il futuro di un popolo».



Francesco ha quindi parlato della «percentuale dei giovani che in questo momento sono senza lavoro: in alcuni Paesi si parla del 40 o più per cento di giovani» disoccupati. «Questa è un’ipoteca, è un’ipoteca per un futuro. E se questo non si risolve presto, è la sicurezza di un futuro troppo debole o un non –futuro».

Il Papa ha poi rivolto un pensiero alla dottrina sociale della Chiesa, «un grande punto di riferimento», molto utile «per non perdersi». «Chi opera nell’economia e nella finanza - ha detto - è sicuramente attratto dal profitto e se non sta attento, si mette a servire il profitto stesso, così diventa schiavo del denaro. La dottrina sociale contiene un patrimonio di riflessioni e di speranza che è in grado anche oggi di orientare le persone e di conservarle libere. Occorre coraggio, un pensiero e la forza della fede per stare dentro il mercato, per stare dentro il mercato, guidati da una coscienza che mette al centro la dignità della persona, non l’idolo denaro».

L'applicazione della dottrina sociale, ha spiegato Bergoglio «contiene in sé una mistica. Sembra toglierti immediatamente qualcosa; sembra che applicarla ti porti fuori dal mercato, dalle regole correnti. Guardando ai risultati complessivi, questa mistica porta invece un grande guadagno, perché è in grado di creare sviluppo proprio in quanto – nella sua visione complessiva – richiede di farsi carico dei disoccupati, delle fragilità, delle ingiustizie sociali e non sottostà alle distorsioni di una visione economicistica».

«La dottrina sociale - ha detto il Papa - non sopporta che gli utili siano di chi produce e la questione sociale sia lasciata allo Stato o alle azioni di assistenza e di volontariato. Ecco perché la solidarietà è una parola chiave. Ma noi, in questo tempo, abbiamo il rischio di toglierla dal dizionario, perché è una parola incomoda, ma anche – permettetemi – è quasi una “parolaccia”. Per l’economia e il mercato, solidarietà è quasi una parolaccia».

Infine, Francesco ha parlato della cooperazione. Ha ricordato un episodio della sua vita familiare: «Io ricordo – ero ragazzo – avevo 18 anni: anno 1954, e ho sentito mio padre fare una conferenza sul cooperativismo cristiano e da quel tempo io mi sono entusiasmato con questo, ho visto che quella era la strada. È proprio la strada per una uguaglianza, ma non omogeneità, una uguaglianza nelle differenze. Anche economicamente è lenta. Io ricordo ancora quella riflessione del mio papà: va avanti lentamente, ma è sicura».

Il Papa ha citato un incontro avuto qualche mese fa con rappresentanti del mondo delle cooperative: «Mi ha molto consolato e penso sia una buona notizia per tutti sentire che, per rispondere alla crisi, si è ridotto l’utile, ma si è mantenuto il livello occupazionale. Il lavoro è troppo importante. Lavoro e dignità della persona camminano di pari passo. La solidarietà va applicata anche per garantire il lavoro; la cooperazione rappresenta un elemento importante per assicurare la pluralità di presenze tra i datori del mercato. Oggi essa è oggetto di qualche incomprensione anche a livello europeo, ma ritengo che non considerare attuale questa forma di presenza nel mondo produttivo costituisca un impoverimento che lascia spazio alle omologazioni e non promuove le differenze e l’identità».

L'invito al mondo della cooperazione è di «diventare un soggetto in grado di pensare alle nuove forme di Welfare. Il mio auspicio è che possiate rivestire di novità la continuità. E così imitiamo anche il Signore, che sempre ci fa andare avanti con sorprese, con le novità».

Fonte: Vatican Insider

21 novembre 2013

Il Papa all'Udienza Generale: "Mi confesso ogni 15 giorni, tutti ne abbiamo bisogno"

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Mercoledì scorso ho parlato della remissione dei peccati, riferita in modo particolare al Battesimo. Oggi proseguiamo sul tema della remissione dei peccati, ma in riferimento al cosiddetto “potere delle chiavi”, che è un simbolo biblico della missione che Gesù ha dato agli Apostoli. 

Anzitutto dobbiamo ricordare che il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo. Nella sua prima apparizione agli Apostoli, nel cenacolo, Gesù risorto fece il gesto di soffiare su di loro dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). Gesù, trasfigurato nel suo corpo, ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione. Quali sono questi doni? La pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione, ma soprattutto dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente. Il soffio di Gesù, accompagnato dalle parole con le quali comunica lo Spirito, indica il trasmettere la vita, la vita nuova rigenerata dal perdono.



Ma prima di fare il gesto di soffiare e donare lo Spirito, Gesù mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato: queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù. Queste piaghe che Lui ha voluto conservare; anche in questo momento Lui in Cielo fa vedere al Padre le piaghe con le quali ci ha riscattato. Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati: così Gesù ha dato la sua vita per la nostra pace, per la nostra gioia, per il dono della grazia nella nostra anima, per il perdono dei nostri peccati. È molto bello guardare così a Gesù! 

E veniamo al secondo elemento: Gesù dà agli Apostoli il potere di perdonare i peccati. È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere. La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono. Dio perdona ogni uomo nella sua sovrana misericordia, ma Lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità. Attraverso il ministero apostolico la misericordia di Dio mi raggiunge, le mie colpe sono perdonate e mi è donata la gioia. In questo modo Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria. E questo è molto bello. La Chiesa, che è santa e insieme bisognosa di penitenza, accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita. La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino.

Tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale. Questo dobbiamo valorizzarlo; è un dono, una cura, una protezione e anche è la sicurezza che Dio mi ha perdonato. Io vado dal fratello sacerdote e dico: «Padre, ho fatto questo…». E lui risponde: «Ma io ti perdono; Dio ti perdona». In quel momento, io sono sicuro che Dio mi ha perdonato! E questo è bello, questo è avere la sicurezza che Dio ci perdona sempre, non si stanca di perdonare. E non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono. Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti.



Infine, un ultimo punto: il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote; anche lui un uomo che come noi ha bisogno di misericordia, diventa veramente strumento di misericordia, donandoci l’amore senza limiti di Dio Padre. Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono. A volte capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio…. Sì, come dicevo prima, Dio ti ascolta sempre, ma nel sacramento della Riconciliazione manda un fratello a portarti il perdono, la sicurezza del perdono, a nome della Chiesa.

Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse. Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio.

Cari fratelli, come membri della Chiesa siamo consapevoli della bellezza di questo dono che ci offre Dio stesso? Sentiamo la gioia di questa cura, di questa attenzione materna che la Chiesa ha verso di noi? Sappiamo valorizzarla con semplicità e assiduità? Non dimentichiamo che Dio non si stanca mai di perdonarci; mediante il ministero del sacerdote ci stringe in un nuovo abbraccio che ci rigenera e ci permette di rialzarci e riprendere di nuovo il cammino. Perché questa è la nostra vita: rialzarci continuamente e riprendere il cammino.

Fonte: Radio vaticana

Solidarietà del Papa alle vittime dell’alluvione in Sardegna

Cagliari, 20.  A poco più di ventiquattro ore dall’ondata di maltempo che ha travolto la Sardegna, si comincia a tracciare un primo bilancio della tragedia, che ha causato sedici morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili.  In Gallura, la regione più colpita, sono stati celebrati oggi i funerali di sei vittime. Al rito, svoltosi nel Palazzetto dello sport di Olbia, ha partecipato l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato,  che ha espresso la solidarietà del Papa. «Come figlio di questa terra — ha detto il presule al termine della celebrazione — mi unisco con profondo affetto alla preghiera di suffragio per questi fratelli e sorelle strappati ai loro familiari da una morte crudele. Con profonda solidarietà fraterna, condivido le sofferenze e i disagi delle tante famiglie rimaste senza casa e prive delle cose più care. Con tutti i sardi, condivido le legittime attese e speranze per un futuro più sicuro e sereno».



In questo momento di dolore —  ha continuato l’arcivescovo  — «il Santo Padre vuole manifestare, attraverso di me, la sua solidale presenza e l’espressione della sua accorata partecipazione a questa sciagura che ha colpito la nostra cara terra di Sardegna. Papa Francesco è spiritualmente presente in mezzo a noi per condividere la vostra angoscia, per invitare tutti a sperare senza cedere allo sconforto, per auspicare vivamente che il rispetto della natura e la necessaria cura del territorio possano evitare in futuro simili devastanti tragedie».

«Sua Santità — ha detto ancora il sostituto della Segreteria  di Stato — desidera incoraggiare le realtà istituzionali, ecclesiali e i privati, che già hanno fatto fronte ai primi soccorsi, a proseguire nell’impegno generoso per alleviare le situazioni di grande difficoltà che permangono. Egli è particolarmente vicino alle vittime, ma specialmente a tutti voi che piangete i vostri cari, e implora da Dio per le loro anime il riposo eterno. Il Papa affida alla Vergine Santa di Bonaria tutte le persone e le famiglie coinvolte in questa prova così dolorosa, affinché attraverso la sua materna intercessione il Signore possa asciugare ogni lacrima e lenire ogni ferita. Sua Santità di tutto cuore invia a ciascuno di voi una speciale, confortatrice Benedizione Apostolica».



Ieri, in un telegramma a firma dell’arcivescovo Pietro Parolin, segretario di Stato, indirizzato al presidente della Conferenza episcopale sarda, monsignor Arrigo Miglio, Papa Francesco aveva già inviato «la sua affettuosa parola di conforto e di incoraggiamento, assicurando un particolare ricordo nella preghiera per quanti hanno perso la vita e per tutte le persone provate dalla grave calamità». Il Santo Padre — prosegue il telegramma — «auspica che non venga meno la solidarietà e il necessario aiuto  per far fronte a questo momento difficile». Il messaggio è stato ribadito in un tweet, in cui il Papa si è detto «profondamente commosso dall’immane tragedia che ha colpito la Sardegna», chiedendo «a tutti di pregare per le vittime, specialmente per i bambini». E anche oggi il Pontefice, durante l’udienza generale, ha rivolto il suo pensiero alle popolazioni alluvionate.

Fonte: Osservatore Romano

20 novembre 2013

Papa Francesco telefona a suora che gli spedì le foto dei bimbi morti di cancro

«Il Papa, il Papa al telefono!». Un urlo che si è trasformato quasi in accorata invocazione, scivolando veloce come un richiamo per tutto il corridoio. Le sette consorelle di suor Teresa l’avvertono ancora come un’eco presente quel grido che, raccontano, giovedì scorso ha squarciato l’aula della quinta elementare della comunità delle Figlie di Sant’Anna, in via Matteotti, a Casal di Principe. «Ero in classe, a metà mattinata, quando squilla il telefonino — racconta suor Teresa, la madre superiore che assieme alle cartoline dei bambini morti di cancro della Terra dei Fuochi aveva spedito anche un messaggio con il suo numero di cellulare a Papa Francesco — . Faccio: ‘‘Pronto, chi è?’’. E dall’altra parte, una voce santa mi fa: ‘‘Sono il Papa, Papa Bergoglio’’. Stavo quasi per svenire. Ricordo soltanto che i bambini si sono accorti della telefonata del Pontefice e hanno incominciato a urlare, a gridare tutta la loro felicità. Io pensavo ad uno scherzo, invece era davvero Francesco. Mi ha benedetto. Ci ha ringraziato. E io sono rimasta esterrefatta, andando incontro alle mie sorelle».



Benché siano trascorsi alcuni giorni dalla improvvisa telefonata del Pontefice a suor Teresa delle Figlie di Sant’Anna nella scuola di Casal di Principe, la notizia si è propagata grazie ai genitori degli allievi della quinta elementare che hanno raccolto l’emozionata testimonianza dei loro figlioli. «Se fosse stato per noi — concludono le suore — non l’avremmo raccontato a nessuno. Ma i bambini, sa come sono fatti i bambini? Hanno raccontato tutto a casa». Don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano che si batte contro il biocidio nella Terra dei fuochi, ha commentato anche lui visibilmente emozionato: «Abbiamo inviato centocinquantamila cartoline con i volti dei bambini morti di cancro. Suor Teresa è rimasta sorpresa dalla telefonata del Papa. Poi ha capito, si è ripresa e lo ha salutato, ha creduto di svenire in mezzo ai suoi alunni, che non appena hanno compreso chi fosse l’interlocutore della loro maestra, hanno cominciato a fare festa, volevano salutare tutti il Papa. E suor Teresa è ancora emozionata per quella telefonata, nella quale il Santo Padre ha mostrato tutta la preoccupazione per i bambini di questo territorio. Le ha detto che era ben informato su quanto accade, purtroppo, dalle nostre parti». Don Maurizio, che sabato scorso ha capeggiato il corteo dei 70 mila a Napoli a difesa della vita, ennesima tappa di un lungo cammino di protesta e di sensibilizzazione sui delicatissimi temi ambientali, adesso accarezza un altro, grande desiderio: «Spero che Papa Francesco accetti l’invito a visitare la Terra dei Fuochi — confessa — per portare la propria compassione in questi territori martoriati dalla camorra anche dal punto di vista ambientale. Se non può venire spero che parli di queste terre da San Pietro — spiega —. Io ho il telefonino sempre acceso, anche di notte, nella speranza di essere contattato dalla Santa Sede per spiegare personalmente al Santo Padre cosa succede qui. Troppi i morti, purtroppo anche tra i bambini». Ora l’attenzione politica e delle istituzioni è tutta concentrata sulla necessità delle bonifiche e sulla priorità di provvedimenti legislativi adeguati a fronteggiare l’emergenza ambientale in Campania, in particolare tra le province di Napoli e Caserta. 
«Sulla bonifica della Terra dei fuochi ci aspettiamo che siano accelerati i tempi — ha auspicato il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro — c’è una comunità che si vuole riscattare intorno al tema dell’ambiente. Ricordo di essere stato il consigliere regionale che ha voluto l’assessorato all’ambiente e vengo da un partito, il Psi - ha concluso - che ha fatto nascere il ministero dell’ambiente». Mentre la ministra delle Politiche agricole, NUnzia De Girolamo, ha ribadito che «con i ministri della Giustizia, Alfano, e quello della Difesa, Mauro, stiamo valutando l’arrivo dell’esercito non per militarizzare la Campania, ma per aiutare la regione a perimetrare e circoscrivere il pericolo. Devo evitare speculazioni, individuare le zone no food e garantire il made in Campania».

Fonte: Corriere del mezzogiorno