4 novembre 2013

Il Papa ricorda cardinali e vescovi morti nel corso dell'anno: il male è impotente di fronte all'amore di Dio

“Uomini dediti alla loro vocazione”, il cui bene prodotto a servizio della Chiesa “è ben custodito” nelle mani di Dio. È il ritratto che Papa Francesco ha fatto questa mattina, dei cardinali e dei vescovi scomparsi nel corso dell'anno. In loro suffragio, il Papa ha presieduto la Messa nella Basilica di San Pietro, affermando che la speranza di un cristiano ha ragioni ben più profonde del limite imposto dalla morte. Il servizio di Alessandro De Carolis:
La speranza cristiana è imbattibile, perché il peggiore dei mali non può recidere il legame d’amore tra Dio e l’uomo, men che mai la morte, che è una porta verso la vita e non un ponte che crolla tra una esistenza alle spalle e un abisso buio e sconosciuto di fronte. La lezione è di San Paolo e Papa Francesco la rammenta ai cardinali e ai vescovi che con lui ricordano i confratelli scomparsi nel corso dell’anno. Angeli e principati, presente e futuro, altezze, profondità, creature: niente, afferma l’Apostolo, “potrà separarci dall’amore di Dio”. E in questa medesima, rocciosa convinzione riposa – osserva Papa Francesco – “il motivo più profondo, invincibile della fiducia e della speranza cristiane”:



“Anche le potenze demoniache, ostili all’uomo, si arrestano impotenti di fronte all’intima unione d’amore tra Gesù e chi lo accoglie con fede. Questa realtà dell’amore fedele che Dio ha per ciascuno di noi ci aiuta ad affrontare con serenità e forza il cammino di ogni giorno, che a volte è spedito, a volte invece è lento e faticoso. Solo il peccato dell’uomo può interrompere questo legame; ma anche in questo caso Dio lo cercherà sempre, lo rincorrerà per ristabilire con lui un’unione che perdura anche dopo la morte, anzi, un’unione che nell’incontro finale con il Padre raggiunge il suo culmine”.

Certo, riconosce Papa Francesco, un dubbio può insinuarsi quando una persona cara, che abbiamo conosciuto bene, muore: “Che cosa ne sarà della sua vita, del suo lavoro, del suo servizio nella Chiesa?”. La risposta, soggiunge, arriva dal Libro della Sapienza, citato nella prima lettura: tutti loro “sono nelle mani di Dio”, laddove “la mano è segno di accoglienza e di protezione”, di “un rapporto personale di rispetto e di fedeltà”:

“Questi pastori zelanti che hanno dedicato la loro vita al servizio dei Dio e dei fratelli, sono nelle mani di Dio. Tutto di loro è ben custodito e non sarà corroso dalla morte. Sono nelle mani di Dio i loro giorni intessuti di gioie e di sofferenze, di speranze e di fatiche, di fedeltà al Vangelo e di passione per la salvezza spirituale e materiale del gregge loro affidato”.

Questi, conclude Papa Francesco, sono stati i cardinali e i vescovi scomparsi durante gli ultimi mesi, “uomini dediti alla loro vocazione e al loro servizio alla Chiesa", che "hanno amato come si ama una sposa”. A Dio interessa questa carità e questa dedizione, non i limiti umani contro i quali si deve lottare per testimoniare entrambe:

“Anche i peccati, i nostri peccati, sono nelle mani di Dio; quelle mani sono misericordiose, mani ‘piagate’ d’amore. Non per caso Gesù ha voluto conservare le piaghe nelle sue mani per farci sentire la sua misericordia. E questa è la nostra forza e la nostra speranza. Questa realtà, piena di speranza, è la prospettiva della risurrezione finale, della vita eterna, alla quale sono destinati ‘i giusti’, coloro che accolgono la Parola di Dio e sono docili al suo Spirito”.
E un’ultima preghiera, spontanea, Papa Francesco la dedica a chi non ha ancora attraversato la porta che prelude all’incontro con Dio:

"Preghiamo anche per noi, che il Signore ci prepari a questo incontro. Non sappiamo la data, però l’incontro ci sarà!".

Fonte: Radio Vaticana

Quel vescovo che i medici volevano abortire

La storia di Andrew Cozzens, giovane ausiliare di Minneapolis: la madre rifiutò di interrompere la gravidanza quando gli diagnosticarono che sarebbe nato «un mostro»

Lo scorso 11 ottobre Papa Francesco ha nominato vescovo ausiliare di Minneapolis il quarantacinquenne sacerdote Andrew Cozzens: prete dal 1997 e professore di teologia sacramentale. Per i medici, non sarebbe dovuto nascere. Come ha raccontato la madre Judy in un'intervista su «The Catholic Spirit».

La donna, 69 anni, quando era al quinto mese di gravidanza, venne colta da forti dolori. Corse in ospedale: si trattava delle doglie di quello che sarebbe stato un parto troppo prematuro. I medici riuscirono a bloccare il parto, ma il giorno seguente uno di loro venne a comunicare alla madre che non avrebbe potuto continuare la gravidanza, perché portava in grembo «un feto deforme, un "mostro"». Judy rifiutò di abortire per motivi «terapeutici». «È mio figlio e quello che Dio ci invia, lo accetteremo», rispose.



Il 3 agosto 1968 Andrew nacque perfettamente normale, anche se affetto da un eczema su tutto il corpo e alcune allergie.

Fonte Vatican Insider

La canonizzazione dei Papi aperta a tutti

Il 27 aprile 2014 non ci sarà alcun biglietto o prenotazione comunica la Prefettura pontificia

La Prefettura della Casa Pontificia comunica che per la Canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, domenica 27 aprile 2014, "la partecipazione sarà aperta a quanti troveranno posto in Piazza San Pietro, Piazza Pio XII e Via della Conciliazione, senza bisogno di alcun  biglietto".

Come già avvenuto in altre occasioni, sottolinea un comunicato, “si mettono in guardia i fedeli da atti di bagarinaggio e di richieste di denaro da parte di agenzie o operatori turistici per ottenere biglietti”. Si ricorda infine che “i biglietti per partecipare a udienze o celebrazioni presiedute dal Santo Padre sono totalmente gratuiti”.

Fonte: Vatican Insider





3 novembre 2013

Il Papa: nessun peccato può cancellarci dal cuore di Dio, lasciamoci trasformare da Gesù

“Non c’è peccato o crimine” che possa “cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli”. E’ quanto affermato da Papa Francesco all’Angelus in Piazza San Pietro, gremita di fedeli come di consueto la domenica. Il Papa si è soffermato sull’incontro tra Gesù e il pubblicano Zaccheo, narrato dal Vangelo, per ribadire che Dio sempre aspetta di veder rinascere nel cuore dei peccatori “il desiderio del ritorno a casa”. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Un incontro che cambia la vita per sempre. Papa Francesco si è soffermato, all’Angelus, sull’incontro tra il Signore e il pubblicano Zaccheo. Incontro che avviene a Gerico, mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme:

“Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità”.



Eppure, ha proseguito, proprio a Gerico accade “uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo”. Quest’uomo, ha detto il Papa, “è una pecora perduta, è disprezzato e scomunicato, perché è un pubblicano”, “amico degli odiati occupanti romani, ladro e sfruttatore”. A Zaccheo viene, dunque, impedito di avvicinarsi a Gesù per la sua cattiva fama, ma lui non si dà per vinto e si arrampica su un albero per poterlo vedere passare. “Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo – ha osservato – esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù”. Zaccheo stesso, ha soggiunto, “non sa il senso profondo del suo gesto” e “nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore”. Si rassegna “a vederlo solo di passaggio”:

“Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: 'Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua' (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome, Zaccheo, nella lingua di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: 'Zaccheo' infatti vuol dire 'Dio ricorda'".

Gesù va, dunque, nella casa di Zaccheo, “suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico” perché invece di visitare “le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio” da un pubblicano. Ed il Papa ha chiosato: “Anche in quel tempo si chiacchierava tanto!”. A costoro, Gesù risponde che va da Zaccheo proprio “perché lui era perduto”. “Anch’egli è figlio di Abramo”, aggiunge, e da ora nella sua casa, nella sua vita, entra la gioia:

“Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. 'Dio ricorda', sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Egli è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno”.

Guardiamo Zaccheo oggi sull’albero, ha esortato Papa Francesco: “è ridicolo”, ma il suo “è un gesto di salvezza”:

“Ed io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti, pensa che qualcuno ti aspetta, perché mai ha smesso di ricordarti, di pensarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come aveva fatto Zaccheo; sali sull’albero della voglia di essere perdonato. Io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare. Ricordartelo bene, eh! Così è Gesù”.

Anche oggi, ha detto ancora il Papa, lasciamoci come Zaccheo “chiamare per nome da Gesù”. Anche noi, ha riaffermato, “ascoltiamo la sua voce che ci dice: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’”, “nella tua vita” e “nel tuo cuore”.

“E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo. Lasciati guardare da Gesù”.

Fonte: Radio Vaticana

Testo integrale dell'Angelus di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La pagina del Vangelo di Luca di questa domenica ci mostra Gesù che, nel suo cammino verso Gerusalemme, entra nella città di Gerico. Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità.

Eppure a Gerico accade uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo. Quest’uomo è una pecora perduta, è disprezzato, e è uno “scomunicato”, perché è un pubblicano, anzi, è il capo dei pubblicani della città, amico degli odiati occupanti romani, è un ladro e uno sfruttatore. Bella figura, eh? E’ così.



Impedito dall’avvicinarsi a Gesù, probabilmente a motivo della sua cattiva fama, ed essendo piccolo di statura, Zaccheo si arrampica su un albero, per poter vedere il Maestro che passa. Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo, esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù. Zaccheo stesso non sa il senso profondo del suo gesto; non sa perché fa questo, ma lo fa; nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore; si rassegna a vederlo solo di passaggio. Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome, Zaccheo, in quelle lingue di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: “Zaccheo” infatti vuol dire “Dio ricorda”. E’ bello: “Dio ricorda”.

E Gesù va nella casa di Zaccheo, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico. Perché anche in quel tempo si chiacchierava tanto, eh? E la gente diceva: “Ma come? Con tutte le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio da quel pubblicano?” Sì, perché lui era perduto; e Gesù dice: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9). In casa di Zaccheo, da quel giorno, entrò la gioia, entrò la pace, entrò la salvezza, entrò Gesù.

Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. “Dio ricorda”, sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Lui Egli è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno. Ma guardiamo Zaccheo oggi sull’albero: è ridicolo, ma è un gesto di salvezza. Ed io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti, pensa che Uno ti aspetta, perché mai ha smesso di ricordarti, di pensarti. E questo è il tuo Padre, è Dio, è Gesù che ti aspetta. Arrampicati, come aveva fatto Zaccheo; sali sull’albero della voglia di essere perdonato. Io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare. Ricordartelo bene, eh? Così è Gesù.

Fratelli e sorelle, lasciamoci anche noi chiamare per nome da Gesù! Nel profondo del cuore, ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua; io voglio fermarmi a casa tua e nel tuo cuore”, cioè nella tua vita. E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo. Lasciati guardare da Gesù.

Fonte: Radio Vaticana


Vite stroncate tra deserto e mare

Vite stroncate tra deserto e mare mentre «cercavano una liberazione, una vita più degna». Vite che Papa Francesco non può proprio dimenticare. E così ieri, venerdì 1° novembre, solennità di Tutti i Santi, le vittime delle ennesime tragedie delle migrazioni sono state al centro di una giornata vissuta nel segno del ricordo, della commemorazione  di quanti ci hanno preceduto su quella «riva» dove si getta «l’ancora della speranza» cristiana. Una speranza che al Verano è stata simbolicamente rappresentata dalla rosa rossa deposta su una delle tombe storiche del cimitero monumentale romano, dove Papa Francesco ha celebrato la messa per i defunti, riprendendo un’antica tradizione interrotta vent’anni orsono.



   Niente fogli per un discorso che il Pontefice ha voluto fosse compreso nella sua  spontanea semplicità. Capace quindi di far cogliere nella sua immediatezza l’immagine «tanto bella» di quel cielo — di cui parlava il brano dell’Apocalisse letto durante la celebrazione —  al quale si può accedere solo se lavati dal sangue di Cristo.

Un sangue — ha ricordato il vescovo di Roma al termine della messa — simile a quello versato da quanti sono morti per cercare la libertà da violenze e miseria. Anche se  Papa Francesco non ha dimenticato i vivi, quelli scampati alle tragedie, che oggi però vivono «ammucchiati»  in centri di accoglienza incapaci di ospitarli adeguatamente. Per loro  il Pontefice ha invocato una rapida conclusione delle procedure legali in vista di una sistemazione più degna.

Poche ore prima, in piazza san Pietro, dinanzi a una folla di fedeli, Papa Francesco aveva rilanciato la stessa immagine di umanità sofferente a causa dell’odio portato nel mondo «dal diavolo». E aveva chiesto preghiere per le vittime di quell’odio.  Come sconfiggerlo? I santi, aveva detto, ci hanno indicato la strada: «Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia: questa è la strada della santità». E percorrerla non significa essere «superuomini» ma persone disposte a fidarsi di Gesù «che non delude mai» e dunque capaci di vivere  con «la gioia nel cuore» e di trasmetterla agli altri.

Fonte: Osservatore Romano