4 novembre 2013

La canonizzazione dei Papi aperta a tutti

Il 27 aprile 2014 non ci sarà alcun biglietto o prenotazione comunica la Prefettura pontificia

La Prefettura della Casa Pontificia comunica che per la Canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, domenica 27 aprile 2014, "la partecipazione sarà aperta a quanti troveranno posto in Piazza San Pietro, Piazza Pio XII e Via della Conciliazione, senza bisogno di alcun  biglietto".

Come già avvenuto in altre occasioni, sottolinea un comunicato, “si mettono in guardia i fedeli da atti di bagarinaggio e di richieste di denaro da parte di agenzie o operatori turistici per ottenere biglietti”. Si ricorda infine che “i biglietti per partecipare a udienze o celebrazioni presiedute dal Santo Padre sono totalmente gratuiti”.

Fonte: Vatican Insider





3 novembre 2013

Il Papa: nessun peccato può cancellarci dal cuore di Dio, lasciamoci trasformare da Gesù

“Non c’è peccato o crimine” che possa “cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli”. E’ quanto affermato da Papa Francesco all’Angelus in Piazza San Pietro, gremita di fedeli come di consueto la domenica. Il Papa si è soffermato sull’incontro tra Gesù e il pubblicano Zaccheo, narrato dal Vangelo, per ribadire che Dio sempre aspetta di veder rinascere nel cuore dei peccatori “il desiderio del ritorno a casa”. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Un incontro che cambia la vita per sempre. Papa Francesco si è soffermato, all’Angelus, sull’incontro tra il Signore e il pubblicano Zaccheo. Incontro che avviene a Gerico, mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme:

“Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità”.



Eppure, ha proseguito, proprio a Gerico accade “uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo”. Quest’uomo, ha detto il Papa, “è una pecora perduta, è disprezzato e scomunicato, perché è un pubblicano”, “amico degli odiati occupanti romani, ladro e sfruttatore”. A Zaccheo viene, dunque, impedito di avvicinarsi a Gesù per la sua cattiva fama, ma lui non si dà per vinto e si arrampica su un albero per poterlo vedere passare. “Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo – ha osservato – esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù”. Zaccheo stesso, ha soggiunto, “non sa il senso profondo del suo gesto” e “nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore”. Si rassegna “a vederlo solo di passaggio”:

“Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: 'Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua' (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome, Zaccheo, nella lingua di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: 'Zaccheo' infatti vuol dire 'Dio ricorda'".

Gesù va, dunque, nella casa di Zaccheo, “suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico” perché invece di visitare “le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio” da un pubblicano. Ed il Papa ha chiosato: “Anche in quel tempo si chiacchierava tanto!”. A costoro, Gesù risponde che va da Zaccheo proprio “perché lui era perduto”. “Anch’egli è figlio di Abramo”, aggiunge, e da ora nella sua casa, nella sua vita, entra la gioia:

“Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. 'Dio ricorda', sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Egli è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno”.

Guardiamo Zaccheo oggi sull’albero, ha esortato Papa Francesco: “è ridicolo”, ma il suo “è un gesto di salvezza”:

“Ed io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti, pensa che qualcuno ti aspetta, perché mai ha smesso di ricordarti, di pensarti; e questo qualcuno è tuo Padre, è Dio che ti aspetta! Arrampicati, come aveva fatto Zaccheo; sali sull’albero della voglia di essere perdonato. Io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare. Ricordartelo bene, eh! Così è Gesù”.

Anche oggi, ha detto ancora il Papa, lasciamoci come Zaccheo “chiamare per nome da Gesù”. Anche noi, ha riaffermato, “ascoltiamo la sua voce che ci dice: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’”, “nella tua vita” e “nel tuo cuore”.

“E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo. Lasciati guardare da Gesù”.

Fonte: Radio Vaticana

Testo integrale dell'Angelus di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La pagina del Vangelo di Luca di questa domenica ci mostra Gesù che, nel suo cammino verso Gerusalemme, entra nella città di Gerico. Questa è l’ultima tappa di un viaggio che riassume in sé il senso di tutta la vita di Gesù, dedicata a cercare e salvare le pecore perdute della casa d’Israele. Ma quanto più il cammino si avvicina alla meta, tanto più attorno a Gesù si va stringendo un cerchio di ostilità.

Eppure a Gerico accade uno degli eventi più gioiosi narrati da san Luca: la conversione di Zaccheo. Quest’uomo è una pecora perduta, è disprezzato, e è uno “scomunicato”, perché è un pubblicano, anzi, è il capo dei pubblicani della città, amico degli odiati occupanti romani, è un ladro e uno sfruttatore. Bella figura, eh? E’ così.



Impedito dall’avvicinarsi a Gesù, probabilmente a motivo della sua cattiva fama, ed essendo piccolo di statura, Zaccheo si arrampica su un albero, per poter vedere il Maestro che passa. Questo gesto esteriore, un po’ ridicolo, esprime però l’atto interiore dell’uomo che cerca di portarsi sopra la folla per avere un contatto con Gesù. Zaccheo stesso non sa il senso profondo del suo gesto; non sa perché fa questo, ma lo fa; nemmeno osa sperare che possa essere superata la distanza che lo separa dal Signore; si rassegna a vederlo solo di passaggio. Ma Gesù, quando arriva vicino a quell’albero, lo chiama per nome: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Quell’uomo piccolo di statura, respinto da tutti e distante da Gesù, è come perduto nell’anonimato; ma Gesù lo chiama, e quel nome, Zaccheo, in quelle lingue di quel tempo, ha un bel significato pieno di allusioni: “Zaccheo” infatti vuol dire “Dio ricorda”. E’ bello: “Dio ricorda”.

E Gesù va nella casa di Zaccheo, suscitando le critiche di tutta la gente di Gerico. Perché anche in quel tempo si chiacchierava tanto, eh? E la gente diceva: “Ma come? Con tutte le brave persone che ci sono in città, va a stare proprio da quel pubblicano?” Sì, perché lui era perduto; e Gesù dice: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9). In casa di Zaccheo, da quel giorno, entrò la gioia, entrò la pace, entrò la salvezza, entrò Gesù.

Non c’è professione o condizione sociale, non c’è peccato o crimine di alcun genere che possa cancellare dalla memoria e dal cuore di Dio uno solo dei suoi figli. “Dio ricorda”, sempre, non dimentica nessuno di quelli che ha creato; Lui Egli è Padre, sempre in attesa vigile e amorevole di veder rinascere nel cuore del figlio il desiderio del ritorno a casa. E quando riconosce quel desiderio, anche semplicemente accennato, e tante volte quasi incosciente, subito gli è accanto, e con il suo perdono gli rende più lieve il cammino della conversione e del ritorno. Ma guardiamo Zaccheo oggi sull’albero: è ridicolo, ma è un gesto di salvezza. Ed io dico a te: se tu hai un peso sulla tua coscienza, se tu hai vergogna di tante cose che hai commesso, fermati un po’, non spaventarti, pensa che Uno ti aspetta, perché mai ha smesso di ricordarti, di pensarti. E questo è il tuo Padre, è Dio, è Gesù che ti aspetta. Arrampicati, come aveva fatto Zaccheo; sali sull’albero della voglia di essere perdonato. Io ti assicuro che non sarai deluso. Gesù è misericordioso e mai si stanca di perdonare. Ricordartelo bene, eh? Così è Gesù.

Fratelli e sorelle, lasciamoci anche noi chiamare per nome da Gesù! Nel profondo del cuore, ascoltiamo la sua voce che ci dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua; io voglio fermarmi a casa tua e nel tuo cuore”, cioè nella tua vita. E accogliamolo con gioia: Lui può cambiarci, può trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne, può liberarci dall’egoismo e fare della nostra vita un dono d’amore. Gesù può farlo. Lasciati guardare da Gesù.

Fonte: Radio Vaticana


Vite stroncate tra deserto e mare

Vite stroncate tra deserto e mare mentre «cercavano una liberazione, una vita più degna». Vite che Papa Francesco non può proprio dimenticare. E così ieri, venerdì 1° novembre, solennità di Tutti i Santi, le vittime delle ennesime tragedie delle migrazioni sono state al centro di una giornata vissuta nel segno del ricordo, della commemorazione  di quanti ci hanno preceduto su quella «riva» dove si getta «l’ancora della speranza» cristiana. Una speranza che al Verano è stata simbolicamente rappresentata dalla rosa rossa deposta su una delle tombe storiche del cimitero monumentale romano, dove Papa Francesco ha celebrato la messa per i defunti, riprendendo un’antica tradizione interrotta vent’anni orsono.



   Niente fogli per un discorso che il Pontefice ha voluto fosse compreso nella sua  spontanea semplicità. Capace quindi di far cogliere nella sua immediatezza l’immagine «tanto bella» di quel cielo — di cui parlava il brano dell’Apocalisse letto durante la celebrazione —  al quale si può accedere solo se lavati dal sangue di Cristo.

Un sangue — ha ricordato il vescovo di Roma al termine della messa — simile a quello versato da quanti sono morti per cercare la libertà da violenze e miseria. Anche se  Papa Francesco non ha dimenticato i vivi, quelli scampati alle tragedie, che oggi però vivono «ammucchiati»  in centri di accoglienza incapaci di ospitarli adeguatamente. Per loro  il Pontefice ha invocato una rapida conclusione delle procedure legali in vista di una sistemazione più degna.

Poche ore prima, in piazza san Pietro, dinanzi a una folla di fedeli, Papa Francesco aveva rilanciato la stessa immagine di umanità sofferente a causa dell’odio portato nel mondo «dal diavolo». E aveva chiesto preghiere per le vittime di quell’odio.  Come sconfiggerlo? I santi, aveva detto, ci hanno indicato la strada: «Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia: questa è la strada della santità». E percorrerla non significa essere «superuomini» ma persone disposte a fidarsi di Gesù «che non delude mai» e dunque capaci di vivere  con «la gioia nel cuore» e di trasmetterla agli altri.

Fonte: Osservatore Romano

Conferenza sulla tratta. Dal Vaticano un forte impegno contro questa moderna schiavitù

Si conclude oggi in Vaticano la Conferenza organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali incentrata sulla tratta di esseri umani. Sarà la stessa Accademia, nei prossimi giorni, ad esaminare le proposte emerse in questi due giorni di dibatti e a delinearne i possibili sviluppi. Servizio di Francesca Sabatinelli:

Tutti d’accordo i partecipanti a questa Conferenza sul fatto che il valore aggiunto dell’appuntamento sia stata la convocazione da parte della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Il Vaticano ha dato un forte segnale, è stata la comune opinione, e ora non si potrà non tenerne conto nella lotta alle moderne schiavitù. Così come si dovrà tenere in considerazione che è stato direttamente Papa Francesco a suggerirlo, memore del suo impegno, quando era cardinale a Buenos Aires, nella denuncia di questo turpe mercato. A ritrovarsi nella Casina Pio IV sono state personalità provenienti da tutto il mondo: accademici, medici, sociologi, esponenti di organizzazioni internazionali, come Myria Vassiliadou, coordinatrice della lotta al traffico degli esseri umani per conto dell’Unione Europea, a Bruxelles:

R. – The Eu, at the moment, has the most advanced legislation in the world …

L’Ue, in questo momento, ha la legislazione più avanzata nel mondo per la lotta al traffico degli esseri umani. Abbiamo anche le più avanzate infrastrutture politiche. Quindi, ora c’è la sfida di tradurre questa legge europea in legge nazionale di tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Se gli Stati membri dell’Ue traducessero questa legge in legge nazionale, e la trasponessero, io avrei una fiducia enorme nella nostra capacità di fare un ottimo lavoro nella lotta a questo fenomeno. Non potremmo sradicarlo domani, ma questa legge prevede molte misure che ci aiuteranno a fare meglio il nostro lavoro. Al momento abbiamo la legge, ma non è messa in pratica. Quindi, quello che serve è applicare la legge, che è molto avanzata e molto lungimirante, e si preoccupa delle vittime.

D. – Quanto è importante per lei questa conferenza qui in Vaticano?

R. – Well, I feel privileged, and I feel honoured that the Holy Father himself …Mi sento privilegiata e onorata per il fatto che il Santo Padre stesso abbia deciso di fare di questo un tema di studio, perché darà una forte visibilità alla piaga delle vittime del traffico umano nel mondo intero. Credo anche che le organizzazioni religiose, e le organizzazioni cristiane, nel mondo stiano svolgendo un lavoro di grandissima importanza nell’aiuto alle vittime. Credo anche che questo incontro di lavoro aumenterà la consapevolezza della necessità di fare di più. E, sì, per me è importante essere qui, e questo è il motivo per cui ci sono.



Ad affiancare nell’organizzazione la Pontificia Accademia per le Scienze Sociali è stata la Federazione Mondiale delle Associazioni Mediche Cattoliche. Il commento di Ermanno Pavesi, segretario generale della Federazione:

R. - È molto importante esaminare il problema in tutta la sua complessità, perché c‘è il rischio di analizzarlo soprattutto da un punto di vista legale e dei dati statistici. Penso, invece, che sia molto importante la prevenzione, quindi tutto il discorso preventivo su una pastorale della famiglia, su un’antropologia sana con un’antropologia del corpo e della sessualità sana, perché ad esempio, parlando di prostituzione e di sfruttamento sessuale, se non si riesce a limitare il numero dei clienti, e quindi questo accesso al mercato del sesso, c’è il rischio che questo mercato possa semplicemente proliferare.

D. - Gli stessi medici spesso sono coinvolti nella tratta degli esseri umani, in alcuni risvolti, come il traffico di organi. Come si fa a combattere un fenomeno così ramificato?

R. - Direi che è molto difficile. Il problema è anche quello relativo alla formazione etica dei medici, e questa, negli ultimi decenni, non c’è stata. C’è stata la medicina pastorale che sosteneva gli aspetti etici all’interno della medicina, altrimenti la formazione “dell’ etica” si limitava alla deontologia: non bisogna portare via i pazienti al nostro collega. Però si pensava che tutti i problemi fossero unicamente di natura tecnica, per cui il medico, come tecnico, aveva una completa libertà di azione, senza far riferimento a principi morali.

Presente ai lavori il cardinale Roger Etchegaray, vice-decano del Collegio cardinalizio, nonché presidente onorario dell’incontro:

R. – Cette rencontre ici, sur ce qu’on appelle l’esclavage moderne …

Questo incontro si svolge su quella che si definisce la schiavitù moderna; la schiavitù nella storia tradizionale, “classica” è la schiavitù che risale praticamente all’inizio dell’umanità. Purtroppo, il fenomeno della schiavitù l’abbiamo conosciuto con la tratta dei neri. Oggi, invece, la schiavitù prende una forma nuova, la forma moderna nel traffico di esseri umani. La gente non si rende conto della gravità del fenomeno, perché le coscienze di molti sono deformate o assopite. Se il Papa – perché è stato soprattutto il Papa a volerlo – ha voluto questo incontro con grandi esperti, è stato innanzitutto per risvegliare ed illuminare la coscienza di noi tutti, per evidenziare la grande minaccia di fronte alla crescita a livello internazionale, in tutti i continenti, del traffico di esseri umani, e penso soprattutto alle donne e ai bambini.

Fonte: Radio Vaticana

2 novembre 2013

Pace serenità dalle parole del Papa al Verano: il commento della teologa Monica Quirico

Il giorno della Commemorazione dei fedeli defunti è un'occasione per rinsaldare i legami spirituali con i propri cari e con quanti hanno bisogno delle nostre preghiere. La Chiesa ricorda che è possibile ottenere l'indulgenza plenaria per chi non è più con noi. Un giorno per ravvivare la speranza, dunque, anche guardando al tramonto della nostra vita, come ha ricordato il Papa, durante la Messa al Verano. Sulle parole pronunciate ieri da Papa Francesco, Antonella Palermo ha sentito la prof.ssa Monica Quirico, docente di teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Torino: 

R. - Mi ha molto colpito l’ancoraggio alla storia degli uomini, perché ha esordito dicendo: “Dobbiamo pensare al futuro e a quelli che se sono andati e sono già là, nel Signore, e a quello che ci aspetta”. Dunque, sempre questo legame con la nostra storia: noi che stiamo qua, ma che dobbiamo tendere ad essere là. E poi questa bell’immagine di Dio che ci porta per mano là: questa paternità di Dio che ci fa entrare nel cielo, grazie al Sangue di Gesù Cristo. E poi ancora un’immagine sulla speranza: la speranza come àncora. Ha ricordato l’immagine dei primi cristiani e dice: “Noi dobbiamo avere il cuore ancorato là dove sono i nostri antenati, i santi, Gesù, Dio”. Questa immagine della speranza, proprio molto significativa, come un lievito che fa allargare l’anima: questa distensione dell’anima mi pare veramente un’idea che ti prende dentro, che ti prende proprio al cuore, perché è una distensione che ci fa soprattutto pensare che è una grazia del Signore. Il Signore che ci anticipa: non siamo noi che andiamo là, ma Lui ci prende per mano e ci fa distendere, aprire questa anima.



D. – Papa Francesco ha offerto un bel messaggio in un giorno particolarmente significativo per i fedeli …

R. – Sì, c’è questa capacità del Papa, anche in giorni molto importanti, di essere molto semplice: ha predicato la grazia, prima ancora di predicare un fare. E’ proprio questo allargamento alla grazia di Dio. Questo mi sembra molto bello, non solo toccante dal punto di vista sentimentale, ma molto profondo: ci dice dove dobbiamo andare. Un’altra bella immagine è quello che ci ha detto sul nostro tramonto. Noi possiamo così - proprio con questa speranza, con questo allargamento - pensare al nostro tramonto e questo ci deve dare pace, però solo se di nuovo ci lasciamo - come dire - farci ricevere dal Signore. Allora il nostro tramonto diventa una pace.

D. - A me fa pensare anche ad una fecondità: questa speranza come lievito, che dilata l’animo mi fa pensare davvero ad un nuovo inizio, ad una nuova creazione. E’ sicuramente molto consolante, vero?

R. - Sicuramente, anche perché questo farci ricevere è farci ricevere da Gesù Risorto. E quindi questa è la nuova creazione, la resurrezione è il nuovo inizio, che è per sempre. E dunque non c’è più un ritorno indietro. Questo, in qualche modo, dovrebbe farci pensare, dovrebbe veramente darci pace e serenità.

Fonte: Radio Vaticana