31 ottobre 2013

Vaticano, tecnologie d’avanguardia e bonifiche continue.

La difesa della Santa Sede contro gli attacchi informatici e i tentativi di spionaggio.

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Nei sacri palazzi la consapevolezza di essere al centro di attività spionistiche da parte delle più disparate entità esterne, è molto datata. E se il Centro Operativo di Sicurezza, guidato dal comandante della Gendarmeria Domenico Giani, cerca di creare uno scudo protettivo impenetrabile in occasione del conclave, ben più difficile è impedire che vengano intercettate giorno per giorno chiamate che escono dal Vaticano dirette  in ogni parte del mondo.


Negli Anni Settanta l’allora Sostituto della Segreteria di Stato, Giovanni Benelli, fece fare una verifica sui telefoni dalla quale emerse che diverse centrali operative si mettevano in funzione per registrare le chiamate provenienti dagli uffici della Santa Sede. La precauzione antispionistica che arrivò dal prelato toscano soprannominato «Sua efficienza» fu quella più antica: «Di certi argomenti, parlate soltanto a voce e di persona». Altissima divenne poi la tensione dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, quando - a torto o a ragione - il Vaticano venne considerato una centrale decisiva nella lotta contro i regimi comunisti dell’Est: vennero infiltrati religiosi doppiogiochisti vicinissimo al Papa, e i servizi cecoslovacchi riuscirono a mettere una microspia persino all’interno di una statua della Madonna nello studio privato del cardinale Agostino Casaroli, il Segretario di Stato.



Lo scorso marzo, in occasione del conclave, la squadra di tecnici alle direttive di Giani ha bonificato tutti gli ambienti e sono stati attivati sistemi di schermatura per impedire la trasmissione di dati e di voci. Un’attività messa in atto prima dell’inizio delle operazioni di voto, che ha riguardato anche le discussioni tra porporati nelle congregazioni generali. Ne sanno qualcosa i giornalisti che utilizzavano la seconda sala stampa approntata per l’occasione a poca distanza dall’aula del Sinodo: il wi-fi veniva interrotto all’inizio di ogni riunione, e di colpo spariva anche il segnale della rete dei cellulari.


Il Vaticano non si affida a ditte specializzate esterne, ma ha acquisito strumentazioni e tecnologie all’avanguardia, alcune di fabbricazione israeliana. Oltretevere esistono poi linee telefoniche sicure e criptate per comunicazioni interne. Ma è praticamente impossibile garantire di non essere ascoltati quando la chiamata, proveniente dalla piattaforma interna del Vaticano, raggiunge l’esterno. Il Centro Operativo di Sicurezza si occupa in particolare del Papa, che com’è noto usa il telefono più dei predecessori. Ora che è diventata la residenza di Francesco, la Casa Santa Marta è sottoposta a frequenti bonifiche. 
In Vaticano, oltre all’Ufficio Cifra che si occupa delle comunicazioni tra la Segreteria di Stato e i nunzi apostolici nei vari Paesi, esistono altri organismi, come i Sistemi Informativi e l’Ufficio Internet, i cui tecnici sono sempre al lavoro per impedire l’accesso di hacker e di spie.



«Nonostante gli attacchi di Anonymus - spiegano le fonti vaticane - non c’è stata penetrazione nei nostri sistemi». Nella storia recente, anche dopo Wikileaks, - fanno sapere da Oltretevere - non c’è traccia di operazioni di spionaggio riuscite. Ma le rivelazioni di queste ore sembrano dimostrare che il Grande Fratello non ha risparmiato le conversazioni all’ombra del Cupolone.

Fonte Vatican Insider

Il Papa: non si può essere cristiani senza porre l'amore di Cristo al centro della propria vita

Papa Francesco ha celebrato questa mattina la Messa nella Basilica di San Pietro presso l’altare dove è custodita la tomba del Beato Giovanni Paolo II. Erano presenti oltre un centinaio di sacerdoti e vari fedeli. Il Papa ha commentato le letture del giorno: la lettera di San Paolo ai Romani in cui l’apostolo delle Genti parla del suo amore per Cristo e il passo del Vangelo di San Luca in cui Gesù piange su Gerusalemme che non ha capito di essere amata da lui. Il servizio di Sergio Centofanti:

“Nessuno può allontanarmi dall’amore di Cristo”. Il Papa parte da questa certezza di Paolo: “il Signore gli aveva cambiato la vita” e ora “questo amore del Signore” è il centro della sua vita. “Nelle persecuzioni, nelle malattie, nei tradimenti” e tutto quello che ha vissuto o potrà accadere può ormai allontanarlo dall’amore di Cristo:

“Era il centro proprio della sua vita, il riferimento: l’amore di Cristo. E senza l’amore di Cristo, senza vivere di questo amore, riconoscerlo, nutrirci di quell’amore, non si può essere cristiano: il cristiano, quello che si sente guardato dal Signore, con quello sguardo tanto bello, amato dal Signore e amato sino alla fine. Sente... Il cristiano sente che la sua vita è stata salvata per il sangue di Cristo. E questo fa l’amore: questo rapporto d’amore”. 



C’è poi l’immagine della “tristezza di Gesù, quando guarda Gerusalemme” che non ha capito il suo amore che paragona a quello di una chioccia che vuole raccogliere i pulcini sotto le ali: 

“Non ha capito la tenerezza di Dio, con quell’immagine tanto bella, che dice Gesù. Non capire l’amore di Dio: il contrario di quello che sentiva Paolo. Ma sì, Dio mi ama, Dio ci ama, ma è una cosa astratta, è una cosa che non mi tocca il cuore ed io mi arrangio nella vita come posso. Non c’è fedeltà lì. E il pianto del cuore di Gesù verso Gerusalemme è questo: “Gerusalemme, tu non sei fedele; tu non ti sei lasciata amare; e tu ti sei affidata a tanti idoli, che ti promettevano tutto, ti dicevano di darti tutto, poi ti hanno abbandonata”. Il cuore di Gesù, la sofferenza dell’amore di Gesù: un amore non accettato, non ricevuto”. 

Il Papa invita a riflettere su queste due icone: “quella di Paolo che resta fedele fino alla fine all’amore di Gesù” e in questo amore, lui che “si sente debole, si sente peccatore”, “trova la forza per andare avanti, per sopportare tutto”. E dall’altra parte c’è Gerusalemme, il popolo infedele, “che non accetta l’amore di Gesù, o peggio ancora” che “vive quest’amore ma a metà: un po’ sì, un po’ no, secondo le proprie convenienze”:

“Guardiamo la fedeltà di Paolo e l’infedeltà di Gerusalemme e al centro guardiamo Gesù, il suo cuore, che ci ama tanto. Che possiamo farcene? La domanda: io somiglio più a Paolo o a Gerusalemme? Il mio amore a Dio è tanto forte come quello di Paolo o il mio cuore è un cuore tiepido come quello di Gerusalemme? Il Signore, per intercessione del Beato Giovanni Paolo II, ci aiuti a rispondere a questa domanda. Così sia!”. 



Di seguito il testo integrale dell'omelia del Papa:

In queste letture ci sono due cose che colpiscono. Prima, la sicurezza di Paolo: “Nessuno può allontanarmi dall’amore di Cristo”. Ma tanto amava il Signore - perché lo aveva visto, lo aveva trovato, il Signore gli aveva cambiato la vita - tanto lo amava che diceva che nessuna cosa poteva allontanarlo da Lui. Proprio questo amore del Signore era il centro, proprio il centro della vita di Paolo. Nelle persecuzioni, nelle malattie, nei tradimenti, ma, tutto quello che lui ha vissuto, tutte queste cose che gli sono accadute nella sua vita, niente di questo ha potuto allontanarlo dall’amore di Cristo. Era il centro proprio della sua vita, il riferimento: l’amore di Cristo. E senza l’amore di Cristo, senza vivere di questo amore, riconoscerlo, nutrirci di quell’amore, non si può essere cristiano: il cristiano, quello che si sente guardato dal Signore, con quello sguardo tanto bello, amato dal Signore e amato sino alla fine. Sente... Il cristiano sente che la sua vita è stata salvata per il sangue di Cristo. E questo fa l’amore: questo rapporto d’amore. Quello è il primo che a me colpisce tanto. L’altra cosa che mi colpisce è questa tristezza di Gesù, quando guarda Gerusalemme. “Ma tu, Gerusalemme, che non hai capito l’amore”. Non ha capito la tenerezza di Dio, con quell’immagine tanto bella, che dice Gesù. Non capire l’amore di Dio: il contrario di quello che sentiva Paolo. Ma sì, Dio mi ama, Dio ci ama, ma è una cosa astratta, è una cosa che non mi tocca il cuore ed io mi arrangio nella vita come posso. Non c’è fedeltà lì. E il pianto del cuore di Gesù verso Gerusalemme è questo: “Gerusalemme, tu non sei fedele; tu non ti sei lasciata amare; e tu ti sei affidata a tanti idoli, che ti promettevano tutto, ti dicevano di darti tutto, poi ti hanno abbandonata”. Il cuore di Gesù, la sofferenza dell’amore di Gesù: un amore non accettato, non ricevuto. Queste due icone oggi: quella di Paolo che resta fedele fino alla fine all’amore di Gesù, di là trova la forza per andare avanti, per sopportare tutto. Lui si sente debole, si sente peccatore, ma ha la forza in quell’amore di Dio, in quell’incontro che ha avuto con Gesù Cristo. Dall’altra parte, la città e il popolo infedele, non fedele, che non accetta l’amore di Gesù, o peggio ancora, eh? Che vive quest’amore ma a metà: un po’ sì, un po’ no, secondo le proprie convenienze. Guardiamo Paolo con il suo coraggio che viene da questo amore, e guardiamo Gesù che piange su quella città, che non è fedele. Guardiamo la fedeltà di Paolo e l’infedeltà di Gerusalemme e al centro guardiamo Gesù, il suo cuore, che ci ama tanto. Che possiamo farcene? La domanda: io somiglio più a Paolo o a Gerusalemme? Il mio amore a Dio è tanto forte come quello di Paolo o il mio cuore è un cuore tiepido come quello di Gerusalemme? Il Signore, per intercessione del Beato Giovanni Paolo II, ci aiuti a rispondere a questa domanda. Così sia!

Fonte: Radio Vaticana

Il Papa: “Anch’io ho avuto dubbi di fede”

Il Papa all'udienza generale, parlando della “comunione dei Santi”, ha detto: “La nostra fede ha bisogno del sostegno degli altri”. E dopo ha lanciato un appello per la pace in Iraq

DOMENICO AGASSO JR.
ROMA

L’amore di Dio brucia anche i peccati. Se gli uomini sono uniti la fede diventa forte. Tutti, compreso lo stesso papa Francesco, hanno vissuto o vivono smarrimenti e dubbi nel cammino della fede. L'ha detto il Pontefice all’udienza generale di oggi in piazza San Pietro, durante la quale ha parlato “di una realtà molto bella della nostra fede, cioè della ‘comunione dei santi’”. Francesco ha rammentato che “il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che con questa espressione si intendono due realtà: la comunione alle cose sante e la comunione tra le persone sante (n. 948)”.

Il Papa si è soffermato “sul secondo significato: si tratta di una verità tra le più consolanti della nostra fede, poiché ci ricorda che non siamo soli ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede”; infatti, “il termine 'santi' si riferisce a coloro che credono nel Signore Gesù e sono incorporati a Lui nella Chiesa mediante il Battesimo. Per questo i primi cristiani erano chiamati anche 'i santi' (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1)”.

“Il Vangelo di Giovanni – ha continuato - attesta che, prima della sua Passione, Gesù pregò il Padre per la comunione tra i discepoli, con queste parole: 'Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato' (17,21). La Chiesa – ha spiegato Francesco - nella sua verità più profonda, è comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna”. Ecco che “questa relazione tra Gesù e il Padre è la 'matrice' del legame tra noi cristiani: se siamo intimamente inseriti in questa 'matrice', in questa fornace ardente di amore che è la Trinità, allora possiamo diventare veramente un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni interiori ed esterne. L’amore di Dio brucia anche i nostri peccati”.

Il Papa ha poi messo in evidenza: “Se c’è questo radicamento nella sorgente dell’Amore, che è Dio, allora si verifica anche il movimento reciproco: dai fratelli a Dio; l’esperienza della comunione fraterna mi conduce alla comunione con Dio”. “Essere uniti fra noi – ha detto - ci conduce ad essere uniti con Dio, a questo legame con Dio che è nostro Padre. La nostra fede ha bisogno del sostegno degli altri, specialmente nei momenti difficili. E se noi siamo uniti, la fede viene forte. Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri nell’avventura meravigliosa della fede!”.

Il Pontefice ha sottolineato “questo perché la tendenza a chiudersi nel privato ha influenzato anche l’ambito religioso, così che molte volte si fa fatica a chiedere l’aiuto spirituale di quanti condividono con noi l’esperienza cristiana”.

“Chi di noi – tutti, tutti! – chi di noi non ha sperimentato insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede? Tutti! Tutti abbiamo sperimentato questo: anche io - ha svelato - Tutti. E’ parte del cammino della fede, è parte della nostra vita. Tutto ciò non deve stupirci, perché siamo esseri umani, segnati da fragilità e limiti. Tutti siamo fragili, tutti abbiamo limiti: non spaventatevi. Tutti ne abbiamo!”.




“Tuttavia – ha aggiunto Francesco - in questi momenti difficoltosi è necessario confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, è importante trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri per chiedere aiuto, per chiedere una mano: ‘Dammi una mano, ho questo problema’”. Il Papa ha domandato: “Quante volte l’abbiamo fatto? E poi, siamo riusciti ad uscire dal problema e incontrare Dio un’altra volta. In questa comunione – comunione che vuol dire ‘comune unione’, tutti uniti, comune unione – in questa comunione siamo una grande famiglia, tutti noi, dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro”.

Dopo la catechesi, Francesco ha lanciato un appello per la pace in Iraq: “Vi invito a pregare per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza, perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità”. E rivolgendosi ai pellegrini di lingua araba e in particolare a quelli provenienti dall’Iraq ha detto: “Quando sperimentate insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede cercate di confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, di trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri. Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri nell’avventura meravigliosa della fede!”.

Fonte: Vatican Insider

30 ottobre 2013

"Lettera di Dio allo sposo"

La donna che hai al fianco, emozionata, con abito da sposa, è mia.
Io l'ho creata. Io le ho voluto bene da sempre; ancor prima di te e ancor più di te. Per lei non ho esitato adare la mia vita. Te l'affido. La prenderai dalle mie mani e ne diventerai responsabile.

Quando l'hai incontrata l'hai trovata bella e te ne sei innamorato. Son...o le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza, è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l'amore, è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità, la sua intelligenza e tutte le belle qualità che hai trovato in lei. Però non potrai limitarti a godere del suo fascino. Dovrai impegnarti a rispondere ai suoi bisogni e ai suoi desideri.

Ha bisogno di tante cose: di casa, di vestito, di serenità, di gioia, di rapporti umani, d'affetto e tenerezza, di piacere e di divertimento, di presenza umana e di dialogo, di relazioni sociali e familiari, di soddisfazioni nel lavoro e di tante altre cose...

Ma dovrai renderti conto che avrà bisogno soprattutto di Me, e di tutto quello che aiuta e favorisce quest'incontro con Me; la pace del cuore, la purezza di spirito, la preghiera, la parola, il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia vita.

La ameremo insieme. Io la amo da sempre. Tu hai cominciato ad amarla da qualche anno, da quando l'hai incontrata. Sono io che ho messo nel tuo cuore l'amore per lei.

Era il modo più bello per dirti: "Ecco te l'affido", perchè tu potessi godere della sua bellezza e delle sue qualità. Quando le hai detto: "Prometto di esserti fedele, di amarti e rispettarti per tutta la vita", è come se mi avessi risposto che sei lieto di accoglierla nella tua vita e di prenderti cura di lei.
Da quel momento siamo in due ad amarla. Anzi, ti renderò capace di amarla come Dio, regalandoti un supplemento d'amore, che trasforma il tuo amore di creatura e lo rende capace di produrre le opere di Dio nella donna che ami. E' il mio dono di nozze: quello che si chiama la grazia del sacramento del matrimonio.

Non ti lascerò mai solo in questa impresa. Sarò sempre con te e farò di te lo strumento del mio amore e della mia tenerezza; continuerò ad amare la Mia creatura, che è diventata tua sposa, attraverso i tuoi gesti d'amore.

Firmato Dio, Padre tuo


Appello del Papa per la pace in Iraq. Il card. Tauran annuncia la nascita di un comitato interreligioso

Invito del Papa alla preghiera per l’Iraq, teatro di quotidiane azioni violente, cosi come ha sottolineato Francesco al termine dell’udienza generale, prima di salutare una delegazione di rappresentanti di diversi gruppi religiosi iracheni, presenti alla riunione organizzata a Roma dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso con le sovrintendenze sciita, sunnita, cristiana, yazida e sabea del Ministero iracheno per gli Affari religiosi. Il servizio di Roberta Gisotti:



Siete “la ricchezza del Paese” ha detto Papa Francesco ai rappresentanti religiosi iracheni, accompagnati dal cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso, che ha promosso questo primo incontro tra diversi credi in un Paese non ancora rappacificato ad oltre 10 anni dall’inizio della cosiddetta ‘seconda guerra del Golfo’, che ha causato tra i 100 e i 150 mila morti, un milione mezzo di rifugiati, la fuga di circa la metà dei cristiani, intorno ai 500 mila. Questo l'appello del Papa:
“Vi invito a pregare per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza, perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità”.

E, un saluto particolare il Papa ha voluto rivolgere anche ai pellegrini iracheni presenti in Piazza San Pietro:

“Quando sperimentate insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede cercate di confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, di trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri. Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri nell’avventura meravigliosa della fede! Il Signore vi benedica”.
Ma quali sono stati gli obiettivi e gli esiti della riunione di rappresentanti religiosi iracheni, che si è conclusa stamane con una dichiarazione comune? Lo abbiamo chiesto al cardinale Jean-Louis Tauran:
R. - La riunione aveva come scopo principale la creazione di un ‘Comitato’ - il nome non è ancora deciso - per il dialogo interreligioso, una struttura che abbia degli appuntamenti regolari in modo da favorire questa armonia di cui il Paese ha tanto bisogno. Quindi è una cosa molto importante e pubblicheremo anche un comunicato, dove si parla della nascita di questa nuova struttura di dialogo, perché speriamo che così si capisca che il dialogo interreligioso è anche un bene per l’intera società, perché mettiamo insieme tutto ciò che abbiamo in comune, musulmani e cristiani, a disposizione della società. La religione non è da temere, la religione è una ricchezza!

D. - Quindi una sorta di ‘comitato di saggi’: qual è stato il clima di questa riunione?

R. - Un clima di grande cordialità e di amicizia. Infatti non abbiamo avuto alcun problema per la redazione del comunicato finale. Direi che ciò lascia sperare bene.

D. - I punti salienti di questo comunicato?

R. - Sarà, prima di tutto, l’insistenza sui valori comuni che abbiamo - quindi la famiglia, la scuola, la giustizia, la pace - e poi anche la creazione di questa struttura di dialogo, che si incontrerà alternativamente un anno a Roma e un anno in Iraq.

D. - Questo comitato avrà la possibilità anche poi di interfacciarsi e di dialogare con le autorità politiche e istituzionali?

R. - No, questa è un’altra cosa: rimane una struttura di dialogo interreligioso e non politico.

D. - Sappiamo che la comunità cristiana ha sofferto fortemente e che si è dimezzata in questi dieci anni. Si è parlato anche di questo?

R. - Sì, abbiamo parlato di questo. Ma loro dicono che - e me lo ripeteva anche il capo della delegazione – che tutti questi attentati non sono fatti da iracheni, ma sono fatti da mercenari. Loro dicono: “Noi con i cristiani non abbiamo alcun problema; siamo sempre vissuti assieme”. Insistono molto sul fatto che la violenza non è fatta dagli iracheni, ma viene importata.

D. - Quindi bisognerà lavorare proprio per la riconciliazione umana di questa popolazione…

R. - Certo, certo! Se non c’è l’amicizia e il rispetto, cosa possiamo fare?

Fonte: Radio Vaticana

Padre Lombardi su presunte intercettazioni della Nsa: "Non ci risulta e non ci preoccupa"




“Non ci risulta nulla su questo tema e in ogni caso non abbiamo nessuna preoccupazione in merito": è quanto ha affermato il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, a proposito di un articolo di una rivista italiana su presunte intercettazioni compiute dalla Nsa, la National Security Agency, tra il 10 dicembre 2012 e l'8 gennaio 2013, anche sulle telefonate in entrata e in uscita dal Vaticano. La rivista lancia il sospetto che tra le 46 milioni di telefonate tracciate dagli Stati Uniti in Italia in quel periodo, ci sarebbero anche quelle vaticane e dell’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio quando risiedeva nella Domus Internationalis Paolo VI a Roma. Di qui, la dichiarazione di padre Lombardi in risposta alle domande dei giornalisti.