29 ottobre 2013

Padre Pio. Frate Lotti: scaldava i cuori delle persone come Papa Francesco



(2013-09-23)

La Chiesa ha ricordato ieri San Pio da Pietrelcina, il cui corpo è visibile in modo permanente dal 1° giugno di quest’anno. A 45 anni dalla sua morte, Padre Pio continua ad essere amato e venerato da migliaia di fedeli e a San Giovanni Rotondo sono molte le celebrazioni per questa ricorrenza. Tra queste, ieri pomeriggio, l’Eucaristia presieduta da mons. Michele Castoro, arcivescovo di Manfredonia–Vieste–San Giovanni Rotondo e seguita da una processione con la nuova statua di Padre Pio benedetta da Papa Francesco. Sull’attualità della figura di san Pio, Debora Donnini ha intervistato frate Luciano Lotti, direttore della rivista "Studi su Padre Pio":

R. – Noi abbiamo la fortuna di avere, in questo tempo, questo Papa meraviglioso che ci spinge ad uscire fuori, ad evangelizzare e io penso che proprio Padre Pio possa dare un senso all’evangelizzazione: un’evangelizzazione che parte dall’Eucaristia. Un po’ come tutte le sue amicizie, quando qualcuno voleva partire, lui diceva: “Aspetta, parti domani”, cioè, per lui era importante che si partecipasse all’Eucaristia e poi si andasse, proprio come una missione per andare nella vita di tutti i giorni.

D. – Papa Francesco esorta spesso ad andare verso le periferie esistenziali; Padre Pio non si è mosso molto da San Giovanni Rotondo, eppure ha compiuto un’opera di evangelizzazione molto importante, anche tramite la bilocazione, ma non solo. Lei vede una sintonia tra i due in questo senso?

R. – Sì. Innanzitutto, dobbiamo pensare questo: Padre Pio è andato nelle periferie del cuore, cioè anche con la sua intransigenza, con la sua fedeltà a Dio, che imponeva agli altri, è andato verso quelle periferie del cuore che sono ancora chiuse ad una risposta piena. Le chiamiamo “periferie” perché i veri problemi forse li mettiamo a lato. Allora, Padre Pio voleva andare proprio in fondo al problema e cercare di risolverlo con l’incontro con Dio. E’ molto molto interessante però che sebbene Padre Pio non si sia mosso – anche se giustamente ha girato il mondo con le bilocazioni in un modo eccezionale - lui è riuscito a presentare Dio dovunque attraverso un metodo che oggi è modernissimo: attraverso l’immagine, la comunicazione.
D. – Secondo lei, quale è appunto l’immagine autentica di Cristo che Padre Pio maggiormente ha mostrato con la sua vita?

R. – Prima di tutto, l’immagine del Cristo che si affianca ai sofferenti: pensate a quell’espressione del suo Epistolario nella quale dice: “Vorrei spogliarmi di tutto per andare verso i bisognosi”. Padre Pio usava dire: “Non ci si interroga mai sulla carità. Bisogna farla, e basta”.

D. – Un’altra espressione che Papa Francesco usa spesso e a cui invita la Chiesa, è a riscaldare i cuori delle persone parlando appunto di un’umanità ferita. Questo anche ha una sintonia con Padre Pio: lui riscaldava il cuore anche attraverso la Confessione …

R. – In questi giorni abbiamo portato qui a San Giovanni Rotondo la statua di Padre Pio che Papa Francesco ha benedetto il 18 settembre, ed è una statua che ha come caratteristica quel sorriso accogliente di Padre Pio. Spesso si parla di un Padre Pio intransigente in confessione: senz’altro lui voleva fedeltà, ma soprattutto era una persona che con il suo sorriso, a volte proprio anche con il suo abbraccio, faceva sentire come Dio stava vicino al peccatore che voleva convertirsi. Padre Pio scaldava i cuori soprattutto con questo atteggiamento bello, sereno, di avvicinare le persone a Dio. Lui, di per sé, era una persona molto semplice, quindi avvicinava le persone a volte con una battuta. Il modo di Padre Pio di scaldare i cuori era proprio come quello di questo Papa: abbracciare, stare vicino, con grande semplicità.

Ultimo aggiornamento: 24 settembre
Fonte Radio Vaticana

Papa Francesco contro l'idolatria del denaro.

I soldi servono per realizzare tante opere buone, per far progredire l’umanità, ma quando diventano l’unica ragione di vita, distruggono l’uomo e i suoi legami con il mondo esterno. È questo l’insegnamento che Papa Francesco ha tratto dal brano liturgico del vangelo di Luca (12, 13-21) durante la messa celebrata stamane, lunedì 21 ottobre, a Santa Marta.

All’inizio della sua omelia il Santo Padre ha ricordato la figura dell’uomo che chiede a Gesù di intimare al proprio fratello di dividere con lui l’eredità. Per il Pontefice, infatti, il Signore ci parla attraverso questo personaggio «del nostro rapporto con le ricchezze e con i soldi». Un tema che non è solo di duemila anni fa ma si ripresenta ancora oggi, tutti i giorni. «Quante famiglie distrutte — ha commentato — abbiamo visto per problemi di soldi: fratello contro fratello; padre contro figli!». Perché la prima conseguenza dell’attaccamento ai soldi è la distruzione dell’individuo e di chi gli sta vicino. «Quando una persona è attaccata ai soldi — ha spiegato il vescovo di Roma — distrugge sé stessa, distrugge la famiglia».

Certo, il denaro non va demonizzato in senso assoluto. «I soldi — ha precisato Papa Francesco — servono per portare avanti tante cose buone, tanti lavori, per sviluppare l’umanità». Quello che va condannato, invece, è il loro uso distorto. A questo proposito il Pontefice ha ripetuto le stesse parole pronunciate da Gesù nella parabola dell’«uomo ricco» contenuta nel vangelo: «Chi accumula tesori per sé, non si arricchisce verso Dio». Da qui il monito: «Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia». È questa infatti «che fa male nel rapporto con i soldi»; è la tensione costante ad avere sempre di più che «porta all’idolatria» del denaro e finisce con il distruggere «il rapporto con gli altri». Perché la cupidigia fa ammalare l’uomo, conducendolo all’interno di un circolo vizioso nel quale ogni singolo pensiero è «in funzione dei soldi».

Del resto, la caratteristica più pericolosa della cupidigia è proprio quella di essere «uno strumento dell’idolatria; perché va per la strada contraria» a quella tracciata da Dio per gli uomini. E in proposito il Santo Padre ha citato san Paolo, il quale ricorda «che Gesù Cristo, che era ricco, si è fatto povero per arricchire noi». C’è dunque una «strada di Dio», quella «dell’umiltà, dell’abbassarsi per servire», e un percorso che va nella direzione opposta, dove conducono la cupidigia e l’idolatria: «Tu che sei un povero uomo, ti fai Dio per la vanità».

Per questo motivo, ha aggiunto il Pontefice, «Gesù dice cose tanto dure e tanto forti, contro l’attaccamento al denaro»: per esempio, quando ricorda «che non si possono servire due padroni: o Dio o il denaro»; o quando esorta «a non preoccuparci, poiché il Signore sa di cosa abbiamo bisogno»; o ancora quando «ci porta all’abbandono fiducioso verso il Padre, che fa fiorire i gigli del campo e dà da mangiare agli uccelli del cielo».

L’atteggiamento in netta antitesi a questa fiducia nella misericordia divina è proprio quello del protagonista della parabola evangelica, il quale non riusciva a pensare ad altro che all’abbondanza del grano raccolto nelle campagne e dei beni accumulati. Interrogandosi sul da farsi, ha spiegato Papa Francesco, «poteva dire: darò questo a un altro per aiutarlo». Invece «la cupidigia lo ha portato a dire: costruirò altri magazzini e li riempirò. Sempre di più». Un comportamento che, secondo il Papa, cela l’ambizione di raggiungere una sorta di divinità, «quasi una divinità idolatrica», come testimoniano gli stessi pensieri dell’uomo: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti».

Ma è proprio allora che Dio lo riconduce alla sua realtà di creatura, mettendolo in guardia con la frase: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». Perché, ha concluso il vescovo di Roma, «questa strada contraria alla strada di Dio è una stoltezza, porta lontano dalla vita. Distrugge ogni fraternità umana». Mentre il Signore ci mostra la vera strada. Che «non è il cammino della povertà per la povertà»; al contrario «è il cammino della povertà come strumento, perché Dio sia Dio, perché Lui sia l’unico Signore, non l’idolo d’oro». Infatti «tutti i beni che abbiamo, il Signore ce li dà per far andare avanti il mondo, per far andare avanti l’umanità, per aiutare gli altri».

Da qui l’auspicio che «rimanga oggi nel nostro cuore la parola del Signore», con il suo invito a tenersi lontani dalla cupidigia, perché «anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Fonte: Osservatore Romano




San Francesco

Un film dolcissimo e commovente nel quale viene ritratta la vera figura di un santo amico dei giovani, portatore della vera fede, donatore della speranza. Zeffirelli, uno dei grandi registi italiani, mette in ogni spettatore la voglia di vivere, di sognare, di essere giovani. Grandi le canzoni di Baglioni che conferma di essere da sempre un grande cantante.


Lumen fidei

La fede non ci separa dalla realtà, anzi ci consente di coglierne il significato più profondo e di scoprire l’intensità dell’amore di Dio per questo mondo, che orienta incessantemente  verso se stesso. È il messaggio centrale della lettera enciclica Lumen fidei, la prima di Papa Francesco, resa pubblica questa mattina, venerdì 5 luglio. Un messaggio che, come scrive il Pontefice stesso  nelle  prime pagine, riassume alcuni temi cari a Benedetto XVI.L’incontro tra Papa Francesco e Benedetto XVI Si tratta infatti di argomenti che Papa Ratzinger aveva  già  affrontato  nelle encicliche sulla carità e sulla speranza  e che aveva  approfondito ulteriormente  nella prima stesura di quella che avrebbe dovuto essere la sua terza enciclica, quella sulla fede appunto. «Un lavoro prezioso»  lo definisce Papa Francesco, per il quale  esprime profonda gratitudine al suo predecessore,  anche  manifestando la volontà di  fare suo quel lavoro, aggiungendovi ulteriori contributi. E, come ha notato l’arcivescovo Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, presentando  questa mattina  nella Sala Stampa della Santa Sede l’enciclica ai giornalisti, il primo elemento che risalta  dalla lettura del testo è che, a parte le inevitabili «differenze di stile, di sensibilità e di accenti» è evidente «la sostanziale continuità del messaggio di Papa Francesco con il magistero di Benedetto XVI». E per una circostanza  significativa, nel giorno in cui viene presentata l’enciclica che,  in modo del tutto originale, segna proprio la continuità del magistero petrino, Papa Francesco e  Benedetto XVI si ritrovano insieme per l’inaugurazione della statua dell’arcangelo san Michele, patrono dello Stato della Città del Vaticano, collocata nel piazzale del Governatorato.



Evidente l’intento dell’enciclica  di rispondere innanzitutto a un’obiezione di tanti nostri contemporanei, ai quali  la fede appare come una «luce illusoria» che impedisce «all’uomo di coltivare l’audacia del sapere».  Poco a poco, però, si è visto che la sola luce della ragione «non riesce a illuminare abbastanza il futuro», che  alla fine «resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto». Per questo è necessario recuperare «il significato illuminate della fede».

La strada da percorrere indicata dall’enciclica è quella segnata dall’amore  di Dio. «La fede — si legge infatti — è un dono gratuito di Dio che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi, per vedere il luminoso cammino dell’incontro tra Dio e gli uomini, la storia della salvezza».

Fonte: Osservatore Romano

Intervento spontaneo di un bambino durante le celebrazioni per la giornata della famiglia.

Sale sul palco, si diverte, si siede e poi si aggrappa alla gamba di Papa Francesco come si trattasse di un nonno. È stato dolce e divertente l'intervento spontaneo di un bambino durante le celebrazioni per la giornata della famiglia.
Il piccolo, probabilmente sfuggito alle mani di mamma e papà è salito sul sagrato dove è rimasto indisturbato. Il Papa non è stato per nulla infastidito dall'intervento dell'audace assistente e lo ha tenuto vicino a sé con amore.




Il Papa: la speranza cristiana è dinamica e dona vita, liberiamoci da comodi clericalismi

La speranza non è ottimismo, ma “un’ardente aspettativa” verso la rivelazione del Figlio di Dio. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che i cristiani devono guardarsi da clericalismi e atteggiamenti comodi, perché la speranza cristiana è dinamica e dona vita. Il servizio di Alessandro Gisotti:  

Cos’è la speranza per un cristiano? Papa Francesco ha preso spunto dalle parole di San Paolo, nella Prima Lettura, per sottolineare la dimensione unica della speranza cristiana. Non si tratta di ottimismo, ha avvertito, ma di “un’ardente aspettativa” protesa verso la rivelazione del Figlio di Dio. La creazione, ha detto, è “stata sottoposta alla caducità” e il cristiano vive dunque la tensione tra la speranza e la schiavitù. “La speranza – ha detto riecheggiando San Paolo – non delude, è sicura”. Tuttavia, ha riconosciuto, “non è facile capire la speranza”. Alcune volte, ha affermato, “pensiamo che essere persone di speranza sia come essere persone ottimiste”. Ma non è così:

“La speranza non è un ottimismo, non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose. Quelle persone luminose, positive... Ma questo è buono, eh! Ma non è la speranza. Non è facile capire cosa sia la speranza. Si dice che è la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita. La fede si vede, si sente, si sa cosa è. La carità si fa, si sa cosa è. Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po’, possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo ‘di un’ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio’. Non è un’illusione”.



Avere speranza, ha soggiunto, è proprio questo: “essere in tensione verso questa rivelazione, verso questa gioia che riempirà la nostra bocca di sorrisi”. San Paolo, ha detto ancora, tiene a sottolineare che la speranza non è ottimismo, “è di più”. E’ “un’altra cosa differente”. I primi cristiani, ha rammentato il Papa, la “dipingevano come un’ancora: la speranza era un’ancora, un’ancora fissa nella riva” dell’Aldilà. E la nostra vita è proprio camminare verso quest’ancora:
“Mi viene a me la domanda: dove siamo ancorati noi, ognuno di noi? Siamo ancorati proprio là nella riva di quell’oceano tanto lontano o siamo ancorati in una laguna artificiale che abbiamo fatto noi, con le nostre regole, i nostri comportamenti, i nostri orari, i nostri clericalismi, i nostri atteggiamenti ecclesiastici, non ecclesiali, eh? Siamo ancorati lì? Tutto comodo, tutto sicuro, eh? Quella non è speranza. Dove è ancorato il mio cuore, là in questa laguna artificiale, con comportamento ineccepibile davvero…”

San Paolo, ha aggiunto, indica poi un’altra icona della speranza, quella del parto. “Siamo in attesa – ha osservato – questo è un parto. E la speranza è in questa dinamica”, di “dare vita”. Ma, ha aggiunto, “la primizia dello Spirito non si vede”. Eppure so che “lo Spirito lavora”. Lavora in noi “come se fosse un granello di senape piccolino, ma dentro è pieno di vita, di forza, che va avanti” fino a diventare albero. Lo Spirito lavora come il lievito. Così, ha aggiunto, “lavora lo Spirito: non si vede, ma c’è. E’ una grazia da chiedere”:

“Una cosa è vivere nella speranza, perché nella speranza siamo salvati e un’altra cosa è vivere come buoni cristiani, non di più. Vivere in attesa della rivelazione o vivere bene con i comandamenti, essere ancorati nella riva di là o parcheggiati nella laguna artificiale. Penso a Maria, una ragazza giovane, quando, dopo che lei ha sentito che era mamma è cambiato il suo atteggiamento e va, aiuta e canta quel cantico di lode. Quando una donna rimane incinta è donna, ma non è mai (solo) donna: è mamma. E la speranza ha qualcosa di questo. Ci cambia l’atteggiamento: siamo noi, ma non siamo noi; siamo noi, cercando là, ancorati là”.

Il Papa ha, quindi, concluso l’omelia rivolgendosi ad un gruppo di sacerdoti messicani presenti alla Messa, in occasione del 25.mo di ordinazione. Chiedete alla Madonna, Madre della speranza, ha detto, che i vostri anni “siano anni di speranza, di vivere come preti di speranza”, “donando speranza”.

Fonte: Radio Vaticana